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La prima cosa che feci entrando nel nuovo appartamento fu affacciarmi alla finestra che dava sul cortile. Vidi ragazzi e ragazze correre sulle biciclette.  Era una specie di gara che alla fine non aveva né vincitori né vinti. Non persi un attimo di tempo. Scesi subito per presentarmi. “Sei quello appena arrivato?”, disse uno di loro. “Si”, risposi. “Voi abitate tutti qui?”.

“Si. E tu che fai? Prendi la bici e corri con noi?”. Avevo un problema. La mia due ruote era inadeguata. Un modello vecchio. Vintage sicuramente, ma non in grado di seguire i miei nuovi compagni nella loro corsa. Fosse stata una Chopper da cross, quella con la sella allungata e una protezione alla ruota davanti, poteva anche andare. Quella che possedevo, oltretutto, aveva le ruote piccole ed era piuttosto malandata. Se mi fossi presentato con una Tintin-agers avrei pure potuto dare prova di eleganza, ma con la mia no, proprio non potevo farmi vedere con quella dai ragazzi del cortile.

Salì di corsa da mia madre, intenta ad aprire i pacchi che gli operai della ditta dei traslochi avevano lasciato a terra. “Ma dov’eri andato? Lasci lavorare solo me? Abbiamo tante cose da fare. Guarda che caos”.

“SI mamma, ma ora c’è una cosa urgente. Devi comprarmi una nuova bici”.

“Una nuova bicicletta? Ma ti sembra questo il momento?”.

Nel giro di una settimana avevo la mia Dino, color arancione sgargiante. Vistosa ma non pacchiana. Vivace, quello sì. Almeno i miei nuovi compagni mi avrebbero notato. E l’impressione che avrei fatto non sarebbe stata negativa. Potevo finalmente presentarmi nel cortile e giocare con gli altri.

Ad allietare i nostri pomeriggi non c’erano solo le biciclette. Lo sport preferito era il calcio, ovvio. Io non ero un granché come giocatore. Ma partecipavo con entusiasmo alle gare di una specie di campionato che veniva organizzato ogni mese. Cioè, ogni trenta giorni c’era la squadra campione del cortile. E si andava avanti, a oltranza, per tutto l’anno.

Le ragazze, invece, si esibivano in un gioco delizioso che consisteva nel lanciare la palla sul muro per poi riprenderla dopo aver battuto le mani oppure dopo averle portate dietro la schiena o averle messe a terra  o dopo aver fatto un giro su se stesse. C’erano anche altre varianti: il lancio della palla con un salto o toccandosi la fronte, il cuore, le ginocchia o i piedi. Al termine, chi superava la prova ripartiva dall’inizio ma rimanendo su un piede solo. Se superava anche la seconda sequenza doveva rifare tutto ma girando le spalle al muro.

Non era l’unico intrattenimento. Il nascondino, ad esempio, godeva di ampio consenso tra i ragazzi del cortile. Ed era un vero e proprio tormento per il portiere dello stabile. Ci si andava a nascondere dappertutto, anche nei posti dove lui non voleva, come le cantine o addirittura all’interno della stessa portineria, che non era nemmeno spaziosa. Si contava fino a dieci. Il bambino, a cui toccava scovare gli altri amici, diceva ad alta voce “chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori” e partiva la caccia.

Poi c’era la settimana, detto anche la campana, un altro gioco che piaceva molto alle ragazze. La pavimentazione del cortile somigliava a una lavagna davanti alla quale c’è il professore che spiega un’equazione matematica. Su un percorso formato da varie caselle numerate bisognava saltare con un piede o con tutti e due quando le caselle erano vicine, e raccogliere la pietra o il gessetto che era stato lanciato all’inizio sulla prima casella. Il tutto senza perdere l’equilibrio. Chi inciampava o cadeva, e a me succedeva spesso, doveva fermarsi e lasciare il turno al giocatore successivo.

L’elenco dei giochi in cortile era lungo: Uno, Due, Tre stella; Guardie e Ladri; Chi ride prima; la Caccia al tesoro; Rubabandiera o gioco del fazzoletto; Regina reginella; Mosca cieca, detto anche Acchiappino con la variante definita Acchiapparella; le biglie di vetro colorate nella buca; il Rialzo, arduo perché per non farsi prendere toccava raggiungere un posto sopraelevato rispetto al suolo, e il classico Girotondo.

Il mio preferito era La strega comanda colore. Chi dirigeva il gioco pronunciava la frase Strega comanda color… con il nome del colore. Gli altri giocatori dovevano cercare un oggetto del colore indicato e mettersi in salvo toccandolo. Chi non ci riusciva diventava strega e si ricominciava daccapo.

Poi c’erano i giochi per me più difficili, come Tre, tre-giù-giù, conosciuto anche con nomi diversi: Uno monta la luna, Salto della quaglia, Cavallina, San Giorgio e altri. Si differenziavano di poco tra di loro. In pratica i giocatori dovevano saltare sulle spalle di chi rimaneva chinato con le braccia a terra o poggiate sulle ginocchia o sul muro.

Anche il gioco della Nizza era complicato. Ricordava alla lontana il baseball ma al posto della palla e della mazza c’erano due pezzi di legno. Mi vengono in mente anche Palla libera tutti, Palla avvelenata, il gioco della bottiglia, i 4 cantoni e il salto con la molla o con la corda.

Neppure i giorni di pioggia riuscivano ad avvilirci. In quel caso eravamo muniti di fogli e matite e il divertimento consisteva in una gara a chi scriveva più nomi di cose, persone, fiori, città e altro. Poi arrivò la moda delle clic-clac. Erano delle palline legate alle due estremità di una cordicella annodata a sua volta a una levetta o a un cerchio di plastica. Il gioco consisteva nel far battere velocemente tra di loro le palline. Più la corda era lunga e più era difficile. E soprattutto, senza allenamento, le palline finivano sulle mani e sul polso arrecando un forte dolore. Per un anno intero, nel cortile, non si sentiva che il rumore delle clic-clac. Giocavamo di meno a nascondino. Il portiere era contento. E anche noi.

A dividere il cortile da un palazzo attiguo c’era un muretto. Di fronte, quelli con qualche anno più di noi si riunivano in un piccolo locale per ascoltare musica, bere, fumare e soprattutto per stare con le ragazze. Noi, dandoci delle arie, seduti sul muretto, cercavamo di dialogare con loro per cercare di capire cosa facevano e cosa pensavano i grandi. Poi tornavamo ai nostri passatempi. Non c’era internet, non c’erano i videogiochi, ma eravamo felici.

IMMAGINE DI COPERTINA: Giochi di bambini –  Pieter Bruegel Il Vecchio – particolare del dipinto datato 1560 e conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. È firmato in basso a destra BRVEGEL 1560.

 

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