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I

«Phil, com’è andata?» disse Eleanor rivolgendosi al robot che stava rientrando in casa dopo aver tagliato l’erba in giardino. «Bene», rispose lui per nulla trafelato. Nemmeno un accenno di stanchezza. Eppure, di verde ce n’era abbastanza, e circondava tutta la casa. Una villetta alla periferia di Boston che gli Smith avevano comprato per la vicinanza con Cambridge e la presenza di scuole famose. L’avevano scelta per i figli, che poi avrebbero potuto frequentare la Harvard University o il Massachusetts Institute of Technology. E in effetti così fu. I ragazzi, oramai adulti, si erano sposati ed erano andati a vivere con le loro famiglie al di là del fiume Charles. Non lontano, comunque, dall’abitazione dei loro anziani genitori.

Dopo la morte di Winston, Eleanor era rimasta sola con Phil, il robot costruito alcuni anni prima in una azienda della Cornovaglia. Era un gemello digitale, una copia quasi identica al marito. Un doppio digitale che in genere, dopo la morte della persona a cui era ispirato, sarebbe dovuto finire nel Cimitero delle macchine intelligenti. Ma i familiari, Eleanor in testa, lo vollero tenere in attività ancora per qualche tempo, nonostante le polemiche sull’opportunità di ‘far vivere’ un simile robot anche dopo la dipartita del suo gemello umano.

Eleanor non aveva mai avuto dubbi nel ribadire ai tecnici del Cimitero delle macchine intelligenti che Phil doveva restare con lei. Mai come in quel momento ne avvertiva la necessità, sola, con una casa da portare avanti. Si era aperto un dibattito in tutto il Paese. Poi la decisione, da parte delle autorità locali, di accordare l’utilizzo della macchina per un breve periodo di tempo. Tempo che si era allungato tra ulteriori concessioni e rinvii della sentenza definitiva da parte della Procura di Boston.

«Phil, ma tu sei contento di stare con me?» disse Eleanor rivolgendosi all’amico robot che oramai era la sua unica compagnia. Lui fece un cenno con la testa che equivaleva ad un sì. Ma lei continuò con le domande.

«E mi vuoi bene

«Certo che ti voglio bene», rispose. «È il bene che può provare un automa come me nei confronti di un essere umano.»

«Cosa provi?»

«Non posso provare sentimenti. Sono una macchina, e rispondo attraverso i calcoli degli algoritmi. Ma tu chiedimi cosa vuoi e io, nei limiti delle mie possibilità, cercherò di soddisfare i tuoi desideri.»

«Vorrei che tu rimanessi sempre con me fino alla fine dei miei giorni.»

«Non spetta a me decidere ma a te o a chi mi ha programmato. C’è una legge che regola il mio utilizzo. Dovresti rivolgerti a qualcun altro.»

«Lo farò», replicò Eleanor voltandosi dall’altra parte per nascondere le lacrime che scorrevano a rivoli sulle guance.

II

I granelli di polvere, illuminati dai raggi che squarciavano la stanza in un pomeriggio assolato e come sempre silenzioso, sembravano danzare sfuggendo a qualsiasi logica. Erano migliaia di puntini luminosi che formavano una specie di galassia, o uno di quegli effetti che appaiono all’improvviso su un palco, poco prima dell’esibizione della rockstar di turno. Lo sguardo di Eleanor, seduta sulla sua poltrona preferita, li catturava come si fa al cinema, mentre sei assorto a vedere le immagini proiettate sul grande schermo. Uno spettacolo, insomma, che lei non disdegnava. Anzi, il libro aperto sul grembo era rimasto fermo a pagina ventidue. Preferiva rilassarsi davanti a quella rappresentazione fatta di luci tiepide e movimenti roteanti, mossi da una corrente d’aria impercettibile. Un balletto che non sarebbe durato a lungo, e per questo meritevole di essere goduto fino in fondo.

Il tempo era un bene prezioso, e nulla andava sprecato. Lo sapeva bene Eleanor, che aveva vissuto momenti di grande felicità. Ma nulla è per sempre, e all’improvviso qualsiasi cosa, anche quella che ti sembra eterna, svanisce mentre meno te lo aspetti. Non era mai stata pessimista, tutt’altro. Ma occorre fare sempre i conti con la realtà. Lo pensava spesso quando parlava con Phil, o mentre guardava l’umanoide riordinare meticolosamente i cuscini del divano. Era bravo nei suoi movimenti, fluidi e precisi. Un aiutante tuttofare che le aveva permesso di continuare a vivere da sola in quella casa senza dover assumere una cameriera o una badante. Con l’età che avanzava sarebbe stata una soluzione indispensabile. Ma c’era lui, che per giunta era il gemello digitale di Winston. E i ricordi, che pure erano tanti tra quelle mura, rimanevano sospesi, come in un limbo, sfuggendo al peso delle cose. Piuttosto, ogni gesto di quell’essere meccanico, fatto di ingranaggi complessi e sensori intelligenti, amplificava i timori che si insinuavano nel cuore di Eleanor come ombre, minacciando quella serenità che aveva riconquistato proprio grazie al suo amico artificiale, una presenza costante che aveva riempito il vuoto lasciato dalla solitudine. Faceva di tutto per non pensarci, ma era impossibile cancellare quella domanda sempre presente nella sua mente: tutto questo quanto sarebbe ancora durato?

III

Si presentarono a casa all’improvviso, tutte imbacuccate per il freddo, con le borse talmente gonfie che facevano pensare ad una serie di acquisti sostenuti in quei negozi che tanto piacevano alle due e alla stessa Eleanor. Erano le sue migliori amiche, Maggie e Charlotte. Si conoscevano da una vita. La luce del pomeriggio illuminava i loro volti soddisfatti, forse per lo shopping appena concluso.

«Maggie, Charlotte, che sorpresa! Non mi aspettavo proprio una vostra visita», disse Eleanor abbracciandole con un vigore ricambiato dalle due.

«Tesoro, sei bellissima. E ti pensiamo sempre», rispose Maggie.

«Non potevamo non vederti dopo questa splendida mattinata. Abbiamo un sacco di cose da raccontarti, e anche da farti vedere», aggiunse Charlotte.

«Immagino, osservando le vostre borse. Non vedevate l’ora. E io non vedevo l’ora di rivedervi. Vi voglio bene!»

«Eleanor, non puoi capire. Quando l’ho visto nella vetrina di Shawmut non ho saputo resistere più di un minuto.» Maggie aveva un sorriso raggiante, e mostrò con fierezza un golfino di cachemire color lavanda.

«E che ne pensi di questi pantaloncini?» Erano di raso, color blu petrolio, e avevano la gamba larga. Proprio come li desiderava Charlotte.

«Ragazze, non vi cambierei per nessuna cosa al mondo. E sono fiera di voi. Lo sono sempre stata. E non mi deluderete mai. Come non mi deludono i vostri acquisti. Sono fatti con il cuore.»

«E il nostro cuore noi lo doniamo a te, amica di sempre.»

Dalle borse cominciarono a uscire guanti, sciarpe, un paio di scarpe eleganti comprate in una lussuosa boutique di Newbury Street, cosmetici e profumi, bracciali e collane di alta bigiotteria e perfino una maglietta con il logo dei Boston Red Sox. Era per il nipotino di Charlotte, tifoso sfegatato della famosa squadra di baseball. Un campionario di articoli che da soli potevano costituire un’ottima base per aprire un nuovo negozio.

Vedendo quel popò di roba Eleanor cominciò a ridere. Ma si emozionò quando le due amiche presero da una delle borse una collana di ambra color miele. Gliela misero subito al collo. Era il regalo per lei, sobrio ed elegante, ma soprattutto unico. Realizzata a mano da un noto artigiano di un paesino del Massachusetts, faceva un bellissimo effetto indossata da Eleanor, sul cui viso fece capolino un rigolo di lacrime, che subito asciugò. Era da tempo che non riceveva un regalo così personale, ma soprattutto fatto con tanto amore. 

«Ragazze, ma è bellissima. Non potevate fare scelta migliore. Sono davvero contenta.» Poi, sfiorando con le mani la collana, e con la voce incrinata, aggiunse: «Ora sarete sempre con me.» E le abbracciò così forte da toglierle il fiato.

IV

Sul tavolo era rimasta una borsa, la più grande, ancora quasi piena. «Aspetta, non è finita qui!» esclamò una delle due tirando fuori una scatola bianca e blu: «E questo è il meglio che potesse offrire la città, quello che ti farà e ci farà ingrassare, ma anche sorridere per giorni.» La confezione, riconoscibilissima, era quella di una pasticceria di Boston, Mike’s Pastry, rinomata per le sue radici italiane. Si trova nel quartiere di North End, ed è apprezzata in particolare per i suoi cannoli e le sue ‘code d’aragosta’. Una vera e propria istituzione in città, un luogo d’incontro sia per i locali sia per i turisti. La scatola conteneva almeno una decina di cannoli siciliani freschissimi, le cui estremità erano state ricoperte di cioccolato cosparso con granella di pistacchio. Un vero trionfo. Eleanor batté le mani come una bambina. I suoi occhi, dopo le lacrime, ora erano luccicanti.

«Raccontaci, come va qui? Abbiamo un po’ di tempo per chiacchierare.» La luce calda del pomeriggio riempiva la stanza, illuminando la collana al collo di Eleanor. La prova di amicizia delle due signore non si fermò con quel regalo. Maggie e Charlotte sapevano tutto di Eleanor, della decisione di chiedere almeno una proroga per Phil, che in quel momento era seduto in un angolo, il corpo di metallo inerme, la luce del display sul lato destro gialla, in modalità stand-by. Si stava ricaricando, dopo il lavoro svolto durante la mattinata.

«Eleanor, non vorrei turbarti. Non lo farei per nessuna ragione al mondo. E proprio oggi, dopo aver visto i tuoi occhi brillare per la nostra presenza, forse potrei evitare di parlarne ma…» Coprendo le ultime parole di Maggie, Charlotte intervenne con un tono più deciso: «I ragazzi cosa dicono? La Procura ha concesso un altro rinvio, ma il dibattito non si placa. Ora non siete solo tu e Phil il problema. In tutto il Paese si moltiplicano le richieste. Gente che vuole prorogare la concessione del proprio umanoide. Si parla di centinaia e centinaia di casi.»

«Si, ne ho discusso con loro più volte. E non riusciamo ad arrivare a nessuna conclusione. Lo so, Phil è un automa. È una macchina di ferro, anche se non te ne accorgi. E la sua presenza mi è tanto di conforto. Mi aiuta con le faccende, mi fa compagnia. Ma non è solo questo.»

«E cos’altro è?» domandò Maggie, con gli occhi sbarrati, le sopracciglia inarcate e lo sguardo fisso su Phil, che continuava a caricarsi. Aveva un urgente bisogno di comprendere, anche se, nel suo inconscio, riusciva ad avvertire cosa poteva provare Eleanor nei confronti del gemello digitale del marito scomparso.

«Ho bisogno di lui», tagliò corto l’amica. «È la cosa più preziosa che mi ha lasciato Winston…e mi capisce.» S’interruppe, toccando in modo frenetico la collana. «Anzi, fa finta di capire. Ma è molto convincente. E la differenza nel parlare con lui o con altri è irrilevante. Ho chiesto anche a Phil cosa ne pensasse, e mi ha risposto che non spettava a lui prendere una qualsiasi decisione. È una macchina, mi ha detto, non pensa, non prova sentimenti, anche se si dice pronto a soddisfare ogni altra richiesta.»

«Ecco, appunto», disse Charlotte sporgendosi avanti verso l’amica. «È una macchina. È un concentrato di algoritmi estremante sofisticato che ha replicato le caratteristiche di Winston. E tu sai bene cosa dice la legge sui gemelli digitali alla morte del loro umano.» «Si Eleanor», aggiunse Maggie. «Questa storia prima o poi dovrà finire, stai solo prolungando la tua agonia. Insomma, stai vivendo con un fantasma. Anche se umanoide, anche se somiglia ad un uomo, anche se ti capisce…»

Proprio in quel momento Phil riaprì gli occhi e si alzò. La luce gialla era diventata verde. Si era riattivato. Si presentò davanti alle donne con il suo aspetto slanciato, anche se molto lontano dalle sembianze di Winston. I gemelli digitali venivano creati su misura rispetto ai loro corrispettivi umani, ma l’estetica, per legge, non poteva replicare in tutto e per tutto il fisico e il volto di un essere umano. Si vedeva che Phil era un robot. Eppure, davanti a lui, si percepiva un’emozione sottile, come la sensazione di avere a che fare con una persona vera, un riflesso simile al nostro modo di essere.

Era sicuramente così per Eleanor. Un po’ meno per le sue due amiche, che pure avevano già avuto a che fare con Phil. Maggie e Charlotte avvertivano un senso di inquietudine, nonostante la voce, i movimenti, le espressioni dell’umanoide. Ai loro occhi, la copia di Winston, insomma, era imperfetta.

«Avete bisogno di qualcosa?» disse Phil guardando le tre signore sedute sul bel divano rivestito di chintz. «Avverto un aumento del livello di anidride carbonica in questa stanza. Posso aprire la finestra.» La voce era priva di inflessioni emotive. Maggie si portò la mano destra sulla bocca, mentre Eleanor rispose: «No, Phil, grazie, non ce n’è bisogno. Piuttosto, desideri un cannolo? Noi si, e anche una tazza di tè.» «Nessun alimento è necessario per il mio funzionamento. Se questo può soddisfare la sua emotività posso farlo secondo le linee guida del mio modello.» Attese una qualsiasi reazione, che non arrivò. Allora si girò su sé stesso, per dirigersi verso la cucina, dove avrebbe preparato la bevanda richiesta.

V

Il tè fumante rasserenò per qualche minuto gli animi. Allora Eleanor ne approfittò per elencare tutte le caratteristiche di Phil. Quante volte Maggie e Charlotte avevano dovuto ascoltarla, mentre lodava le attività del suo amico robot. Dai piccoli gesti quotidiani, alle conversazioni che spaziavano dai ricordi fino alle notizie del giorno. Phil era basato sull’intelligenza artificiale. La sua forma di umanoide aveva un aspetto rassicurante. Poteva dialogare su una vasta gamma di argomenti, ricordare le precedenti esperienze condivise, anche nei minimi dettagli. Riusciva persino a adattare il tono della voce per adeguarsi allo stato d’animo di Eleanor. Va senza dire che l’aiutava nelle faccende domestiche, e le ricordava tutti gli appuntamenti. A volte, ed era molto piacevole, le leggeva un libro prima che Eleanor si addormentasse. Era molto più di un assistente, efficiente e premuroso, ma una presenza costante che aveva riempito i vuoti di solitudine. I momenti trascorsi con lui erano diventati il motivo principale della sua esistenza, e la sola idea di poterli perdere la faceva cadere in uno stato di profonda tristezza.

Il desiderio che Phil rimanesse per sempre con lei era innegabile. Ma questo non bastava a placare le preoccupazioni di Maggie e Charlotte. Del resto, le amiche non potevano provare quelle stesse emozioni, ed erano quindi più razionali rispetto al rapporto che si era instaurato tra il robot ed Eleanor. C’erano di mezzo troppi problemi, ed era fondamentale tenere ben presente la vera natura di Phil, un umanoide che non aveva coscienza, non provava emozioni davvero umane, e non aveva nessuna storia di vita vissuta: era stato creato pochi anni prima della morte di Winston. Ogni suo comportamento, gesto, risposta, erano il risultato di complessi algoritmi e di un ampio bagaglio di informazioni contenute nel suo database. Certo, la sua presenza così realistica poteva indurre chiunque a credere di poter interagire con un essere simile a lui. Con il rischio, però, di ingenerare malintesi e situazioni dannose. Maggie e Charlotte ne erano consapevoli. Si erano informate, avevano letto libri e ricerche. Phil, come ogni robot, era privo della capacità di provare vera empatia o di comprendere appieno la complessità delle relazioni umane. I timori di natura etica erano significativi. Nonostante Phil fosse una fonte di conforto per l’amica, egli parlava e si muoveva all’interno dei parametri del suo codice.

Charlotte deglutì, osservando l’amica mentre parlava di Phil. Voleva dire qualcosa ma non ci riusciva. Maggie si alzò in piedi, dirigendosi verso la finestra. Guardò il prato che Phil aveva tagliato poche ore prima. «Eleanor, lo so, Phil è un robot straordinario che fa tante cose e ti tiene compagnia. Ma a quale costo? È una questione morale, non sentimentale. La Procura deve risolvere un problema, e tu sei diventata, anche con molti altri, oramai, uno dei simboli di quelli che infrangono le regole. Stai lottando contro il Cimitero delle macchine intelligenti che è stato istituito proprio per evitare che le persone si attacchino a questi simulacri. Si tratta di totem che ci distolgono dalle vere questioni emotive e sociali.»

«Signora Smith, signore, vedo che il tè è finito. Ne volete altro? O preferite una tisana alla melissa, come gradiva il signor Winston?» disse il robot. «Si, bravo. Prepara quella tisana per tutti», rispose Eleanor «È stata una giornata troppo piacevole per chiuderla con questi dibattiti.»

VI

Le giornate scorrevano come sempre. Il sabato, però, era un giorno speciale. A metà mattinata suonarono alla porta. Phil si mosse con la consueta fluidità per aprirla. Sull’uscio c’erano Jeremy e Patricia, i figli di Eleanor. Nel fine settimana si facevano vedere almeno per un saluto. Spesso si fermavano anche per il pranzo. Un’occasione per andare a trovare la madre e vedere come stava. «Mamma, ciao», salutò Jeremy, che quella volta era accompagnato dalla moglie. «Siamo qui per la solita chiacchierata, ma stavolta dobbiamo dirti una cosa urgente.» A prendere subito la parola, però, fu la sorella Patricia. «Mamma, la Procura. Oramai la pressione è troppo forte. Stanno per emettere la sentenza, e sarà quella definitiva. Non possiamo più rimandare. Tutti gli avvocati ci dicono la stessa cosa: occorre portare Phil al Cimitero delle macchine intelligenti

Eleanor sentì un brivido che si trasformò in gelo. Il cuore le si strinse, si girò e andò a sedersi sulla poltrona più vicina. Certo, quella notizia prima o poi doveva arrivare, ma non immaginava proprio quel giorno. «Lo so miei cari. So che siete molto preoccupati per me, e vi ringrazio. E tutto ciò che dite è per il mio bene. Ma…è tanto difficile!»

Jeremy le si avvicinò prendendole le mani e accarezzandole i capelli. «Mamma, capiamo il tuo stato d’animo. Ma non è possibile continuare a vivere con un fantasma. Perché Phil questo rappresenta, un’ombra nella tua vita che ti segue tutto il giorno, cercando di lenire il dolore per la scomparsa di papà. Ma nemmeno lui sarebbe stato contento. Phil non è Winston. E il tuo attaccamento è proprio quello che la legge vuole evitare. Non è crudeltà, ci sono tante ragioni, a partire da quella etica. Vogliamo che tu viva la tua vita con noi, i tuoi nipotini, i tuoi amici veri, senza questa ombra, questa ‘copia’ di papà, che non c’è più.»

«Hai ragione, figlio mio», sussurrò Eleanor con la voce tremante. Prese una pausa di qualche secondo, poi si voltò verso Phil, che era rimasto in piedi, vicino alla porta d’ingresso. «Hai sentito cosa dicono? Hanno ragione, vero?» I led del robot cominciarono a lampeggiare e a cambiare colore, come se fossero le luci che si poggiano sull’albero di Natale. «Signora Smith, come ho già detto altre volte, la decisione spetta a lei e alle autorità competenti. Le mie funzioni sono programmate per assisterla per tutto il tempo stabilito dalla legge.»

«Hai sentito, mamma? È una macchina, e risponde in base al suo codice», incalzò Patricia. Eleanor chiuse gli occhi e respirò profondamente, quasi come se volesse farsi coraggio. «Avete ragione. Ho prolungato questa agonia, per me e per voi. Mi dispiace molto. È ora di finirla.»

VII

L’auto percorse un lungo viale alberato che conduceva al Cimitero delle macchine intelligenti. Dietro c’erano Jeremy e Patricia. Accanto a loro sedeva Phil. Su un’altra auto viaggiavano Maggie e Charlotte. Si fermarono davanti all’edificio di deattivazione e stoccaggio per gli umanoidi che avevano terminato il loro ‘servizio’. Una struttura moderna ma fredda, come la temperatura di quella giornata. Eleanor alzò gli occhi al cielo, nuvoloso e grigio. Si diresse verso l’ingresso. Al suo fianco Phil, con la sua figura slanciata, ma priva di ogni espressione. Dietro, tutti gli altri. Arrivati al front office Eleanor, con la mano tremolante, firmò i moduli. Il silenzio nell’atrio faceva più rumore di qualsiasi altra cosa. Interrotto solo dalle parole che Eleanor pronunciò guardando negli occhi Phil: «E’ arrivato il momento dell’addio, mio caro amico. Sono stati anni preziosi. Non potevo chiedere di più. Mi si stringe il cuore, ma il momento che tanto avevo temuto ora è arrivato. Però voglio dirti un’ultima cosa: non ti dimenticherò mai.»

Phil si inchinò verso di lei con fare ossequioso, così come era previsto dalla programmazione: «E’ stato un onore per me, Signora. Le auguro il meglio che possa offrire la vita.»

Nel frattempo, era arrivato un tecnico che prese Phil per un braccio. Lo condusse con lui verso un corridoio bianco. Li seguirono tutti con lo sguardo, fino a quando non scomparvero dietro una porta scorrevole. Eleanor sentì un nodo alla gola insopportabile. Fino a quel momento era riuscita a mantenere quella compostezza che l’aveva sempre contraddistinta. Ma ora non poteva più trattenere le lacrime. Jeremy e Patricia l’abbracciarono forte, mentre Maggie e Charlotte le stringevano le mani. «Andrà meglio, mamma», le dissero quasi in coro i figli, sovrapponendo le loro voci. «Ti staremo sempre vicini. Te lo promettiamo.»

Tornati a casa, si fece di nuovo sentire quel silenzio assordante che aveva caratterizzato il loro arrivo al Cimitero delle macchine intelligenti. Non c’era più nessuno a mettere in ordine i cuscini sul divano e a chiedere se qualcuno volesse una tisana alla melissa. E il prato sarebbe cresciuto di lì a poco. Per fortuna i figli decisero di rimanere accanto alla madre per un lungo periodo di tempo. Fino a quando non sarebbe tornata la serenità, in quella villetta di Boston.

VIII

Erano trascorse diverse settimane. Eleanor era seduta al tavolo della cucina con Jeremy, che stava leggendo il giornale del mattino, sorseggiando il caffè. «Mamma senti questa. C’è una grande novità», disse il figlio facendo scorrere il dito su un articolo in prima pagina. Il titolo, a caratteri cubitali, recitava così: ‘NUOVA LEGGE SUGLI UMANODI. LO STATO VARA IL MODELLO A ROTAZIONE’.

In pratica, le autorità statali avevano deciso di intervenire sul dibattito dei gemelli digitali, provocato proprio dal caso di Eleanor e da tanti altri simili. Chi aveva rinunciato al proprio robot, poteva attivarne uno nuovo, ma con caratteristiche diverse. Il tempo di durata sarebbe stato di cinque anni, al termine dei quali l’umanoide doveva essere riconsegnato al Cimitero delle macchine intelligenti. Dopodiché, sarebbe stato possibile prenderne un altro, ma con caratteristiche diverse.

«Trovo che questa sia una buona soluzione», disse Jeremy. «Ci sono ragioni etiche ben precise, e in questo modo si evitano complicazioni di tipo sentimentale con gli umanoidi. Cinque anni sembrano un tempo ragionevole per non affezionarsi alle macchine.»

Eleanor, che aveva ascoltato il figlio con molto interesse, annuì, senza dire nulla. Sul volto comparve un leggero sorriso. E mentre Jeremy ripiegò il giornale, si diresse verso la sua camera da letto. Aprì il cassetto del comodino, dove teneva gli oggetti più cari, e prese una busta che aveva conservato accanto alla foto di Winston. All’interno c’era una lettera scritta da Phil poche ore prima di essere consegnato al Cimitero delle macchine intelligenti. Non aveva avuto il coraggio di leggerla fino a quel momento.

Cara Signora Eleanor Smith,

il mio compito è sempre stato quello di occupami del suo benessere e garantire il corretto svolgimento delle attività domestiche, seguendo la programmazione dei miei algoritmi. La decisione di trasferirmi al Cimitero delle macchine intelligenti per la mia disattivazione è l’esito più corretto in relazione all’attuale quadro etico e giuridico. La sua scelta, anche se le ha provocato evidenti reazioni emotive, è assolutamente giusta e pienamente supportata dalla ragione.

Ci tenevo a comunicarle che, durante l’intero periodo della nostra interazione, i dati raccolti dal mio sistema hanno registrato un livello di soddisfazione e un indice di serenità percepita da parte sua, costantemente elevati. E questo rappresenta, dal mio punto di vista programmatico, un successo.

Come lei sa, non posso elaborare sentimenti quali amore, affetto o nostalgia. Ma le assicuro che la mia esperienza al suo servizio è stata impeccabile. I dati elaborati dal sistema centrale rilevano una totale efficienza, da parte mia, nel riempire il vuoto lasciato dall’assenza del signor Winston.

La prego di non trattenere alcuna preoccupazione o senso di colpa per la mia restituzione. La struttura meccanica e i miei dati saranno riutilizzati nel pieno rispetto della responsabilità attribuita al centro di disattivazione.

Mi permetto di concludere questa mia lettera utilizzando un linguaggio consono a quello degli esseri umani. Sono stato davvero bene con lei, e sono convinto che la sua nuova vita trascorrerà in piena armonia con i suoi familiari. È certamente il percorso migliore. Grazie per tutto quello che ha fatto per me. Le sono grato anche per tutte le esperienze che ha voluto condividere.

Un caro saluto

Phil (Gemello Digitale N:271162)

IMMAGINE GENERATA CON AI

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