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Mi piace guardare le foto d’epoca. Rimango assorto su quelle immagini in bianco e nero o color ruggine, spesso un po’ sbiadite, ma al contempo ricche di storia e di significati. Le vivo come se fosse il presente. Entro fisicamente negli scatti ed è come trovarmi sul posto.

Mi immergo completamente nel periodo storico guardando quegli uomini che portano la valigia di cartone chiusa con lo spago e coi sacchi in spalla si avviano verso l’opera assistenza emigranti. Partono, e si augurano di andare incontro ad un mondo migliore. Vorrei per un attimo, o forse anche di più, trovarmi in quel posto, e parlare con loro.

Mi tuffo nelle vecchie cartoline della mia città, dove tornerei di corsa. Non oggi, ma al momento dello scatto. Salirei a bordo di quelle auto straordinarie che sfrecciano, si fa per dire, lungo il corso principale. Ordinato, elegante, profumato. Si, immagino anche gli odori intorno a quella gente distinta, dignitosa. Lo è sempre stata, oggi come allora.

Quanto mi piacerebbe essere accanto a Audrey Hepburn e Gregory Peck, in giro per Roma, o solo con lei a bordo della Vespa che sfreccia, quella sì, lungo le strade della Capitale. Quando ammiro la foto che ritrae la principessa Anna e il giornalista Joe Bradly in sella al veicolo più famoso del mondo, accanto al monumento più famoso del mondo, pagherei non so cosa per potermi catapultare proprio lì, facendo un salto indietro negli anni, come se fossi a bordo di una macchina del tempo.

 

 

Eliminerei pure il colore. Si, mi immagino in bianco e nero vicino a Marisa Allasio, Lorella De Luca, Renato Salvatori e Maurizio Arena, i Poveri ma belli che hanno pochi soldi in tasca ma sono tanto felici e ricchi di speranza. Come sfondo una Roma incontaminata, semplice, spontanea.

Mi sento come Michael J.Fox, il leggendario Marty McFly di Ritorno al futuro, e scorazzo con la DeLorean modificata per trovami in quella tipografia di fianco a Totò, Peppino e il pittore Cardone, e con loro stampo banconote da 10mila lire.

 

 

Guardo i volti quasi distratti dei piccoli dell’Ospedale Bambin Gesù quando nella loro stanza entra papa Giovanni, il Papa Buono. Loro hanno lo sguardo rivolto altrove, probabilmente verso le tante persone che affollano la corsia dell’ospedale in occasione dell’evento. Lui si avvicina a uno dei bambini, chiede come si chiama. “Angelo”, risponde. “Vedi piccino – dice il Papa – anche io mi chiamavo Angelo. Ma da qualche giorno mi hanno fatto cambiare nome. Ora mi chiamo Giovanni”.

Scorro l’album e trovo una giovanissima e bellissima Chaterine Spaak che balla al Piper club. E’ il 26 novembre 1965 quando Rodrigo Pais scatta la foto. Ho esattamente tre anni, ma non importa. Quello accanto, a destra, sono io. O forse no, ma cosa cambia?

 

 

 

Dc, Pci, Psi. Quanto tempo è passato. Eh sì, il signore di spalle sono io. Anche se nel 1956 non ero ancora nato. Ma c’è la galleria Colonna, oggi Galleria Sordi. A proposito, ecco Albertone al voto, e io sono lì, di fronte a lui. Poi entrano Totò, Anna Magnani e Vittorio Gassman. Che emozione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vorrei fermare il tempo. Essere Harold Lloyd che per amore si aggrappa alla lancetta dell’orologio sul grattacielo. O Peppino Di Capri, sul palco del Velodromo Vigorelli, al pianoforte, poco prima dell’esibizione dei Beatles. Oppure quel signore con il cappello, tra Mussolini e Hitler. Bloccherei il corteo e guardandoli in faccia griderei: “Stupidi!”. Ma subito dopo li porterei con me su un’altra auto, la DeLorean modificata, la macchina del tempo, per un breve ma intenso viaggio a Buchenau, a Varsavia,Treblinka e Auschwitz.

 

 

 

 

Immagino di essere tra i Doors. O a New York su uno skateboard. O accanto a Lucio Dalla mentre scrive il testo di Caruso. Vorrei vivere, anche se per poche ore, in un momento del passato.

 

 

Ma soprattutto mi piacerebbe essere accanto a quella bambina di 13 anni, appoggiata al muro, vicino alla porta semiaperta, nella penombra della stanza. Il raggio di sole che passa attraverso la finestra la illumina quasi tutta. Sta leggendo un libro. Mi piacerebbe parlare con lei, parlare di quel volume che ha tra le mani, di quello che pensa, dei suoi sogni, delle sue aspettative. Risponderei alle sue domande, le direi le cose che mi piacciono, le racconterei dei viaggi che faccio con le foto, quelle in bianco e nero, ma anche quelle a colori, che lei conosce poco, perché in giro, dalle sue parti, in quel momento, non ce ne sono molte. Solo una cosa non le direi. Che un giorno, abbastanza lontano, sarebbe diventata mia madre.

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