Ricordo ancora la voce di mia madre quando, da bambino, per farmi addormentare, mi leggeva una favola. Aspettavo con trepidazione quel momento. Mi piaceva la voce di mamma, con quella sua forte inflessione napoletana, quando si cimentava nella lettura di Cappuccetto Rosso o di Cenerentola. La guardavo e nello stesso momento si accavallavano nella mia mente le scene che accompagnavano il racconto. Sorridevo, consapevole dello sforzo che lei faceva nel tentativo di assecondare il mio riposo. Anche da piccolo non ero un gran dormiglione, e quando arrivava alla parola fine, alla fatidica ‘ e vissero felici e contenti’, le chiedevo di ricominciare dal principio. La richiesta veniva quasi sempre esaudita, anche perché lei sapeva benissimo, dopo averlo sperimentato molte volte, che al secondo giro mi sarei addormentato quasi subito. Il tempo di dire ‘c’era una volta’ e poche altre righe e il gioco era fatto.
Ecco, un gioco. Era come un gioco ascoltare la voce di mamma che mi parlava del lupo cattivo o dell’uomo di latta. E mi sembrava davvero di volare quando parlava di Peter Pan. Era come se quelle favole le avesse scritte lei e non Collodi, Rodari o i fratelli Grimm. Ne ho lette tante, leggevo e guardavo le illustrazioni. Ma la sensazione di ascoltare mamma mentre citava Pinocchio era ineguagliabile. Oggi capita di rado trovare un genitore che racconta ai propri bimbi una fiaba. Il compito è stato delegato alla televisione e al cinema. Poi ci sono i cartoni animati, i videogiochi, il computer, i telefonini. Ma ascoltare una storia da una voce che si ascolta da vicino, magari quella di un genitore, è un’altra cosa. Stimola la fantasia, e l’immaginazione vola. Emozione, mistero e sentimenti si mescolano. C’era una volta un re, direte voi. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un mondo magico che forse non tornerà mai più.