INTRODUZIONE AL LIBRO “LA LOCOMOTIVA”. LA CANZONE D’AUTORE ITALIANA. DA FRANCESCO GUCCINI A ENRICO RUGGERI E ZUCCHERO. VENT’ANNI DI POESIA E RIBELLIONE.
Ho molte cose in comune con D’Errico. A partire dal nome, certo, ma anche dalle passioni, in primo luogo la musica. Come sua mamma, anche la mia cantava le canzoni di Nilla Pizzi. E, da buona napoletana, intonava melodie classiche come ‘Na sera ‘e maggio, Scalinatella, Regine’, Munasterio ‘e Santa Chiara, Indifferentemente e molte altre. E tra quelle italiane La casa bianca di Marisa Sannia. Insomma, sin dalle prime pagine il libro di Antonio G.D’Errico mi ha emozionato. Per i ricordi e per il percorso storico che presenta immagini di un tempo passato che non tornerà mai più. La Locomotiva, cioè il libro che state per sfogliare, attraversa un periodo importante del nostro Paese, e lo fa con discrezione e maestria.
Tra i dischi acquistati da mia madre c’era il 45 giri di quel personaggio descritto in queste pagine come un giovane con aria impostata, vestito di bianco, barba nera e berretto scuro: Lucio Dalla. 4 marzo 1943 è una delle più belle canzoni mai scritte. Negli anni quel disco, che pure avevo custodito gelosamente, si è perso tra i vari traslochi. L’ho ritrovato qualche giorno fa a Porta Portese, il mercato più famoso di Roma, e l’ho comprato. Anche grazie alla complicità di D’Errico, che lo ha voluto citare insieme ad altri brani famosi come Il cuore è uno zingaro, un testo meraviglioso scritto da Nada e cantato anche da Nicola Di Bari, e L’arca di Noè, di Sergio Endrigo, un cantautore spesso dimenticato.
Ecco, quello che mi ha subito colpito è stato il riferimento alla musica italiana di quel periodo che ha introdotto le canzoni di un cantautore, Francesco Guccini, assai distante da quei generi e dagli stereotipi tipici di una nazione che si andava via via evolvendo, trasformando gusti e stili di vita.
Con gli anni Settanta nascevano le radio libere. Per me fu amore a prima vista. Ero un assiduo ascoltatore. Poi passai dall’altra parte, ottenendo uno spazio nella prima emittente radiofonica della mia provincia, che poi è la stessa di D’Errico: “La verde Irpinia”.
Finalmente potevo comunicare agli altri le mie emozioni. Mi occupai subito di cantautori. Tra questi, ovviamente, c’era un signore barbuto che nascondeva dietro a un aspetto apparentemente burbero un carattere aperto, gioviale. A trarre in inganno erano i suoi testi, impegnativi, come si diceva allora. Trattavano argomenti delicati: la morte, il suicidio, l’Olocausto. Era necessario vederlo in concerto, dal vivo, come è successo a me, per rendersi veramente conto del personaggio. Francesco Guccini era capace di affrontare temi difficili senza mai lasciarsi andare ad alcun tipo di retorica. E più lo ascoltavi più ti rendevi conto che le sue canzoni non avevano tempo.
Contrariamente ad altri cantautori Guccini non rimase isolato nei confini ideologici. Lo dimostrò nella sua L’avvelenata, dove seppe descrivere nel migliore dei modi, parolacce comprese, il suo rapporto con la politica. Perché a canzoni non si fan rivoluzioni. D’Errico, anche in questo, ha colto nel segno, riuscendo a trasmettere ai lettori il senso che Guccini aveva voluto dare a quelle strofe.
Eppoi c’è La locomotiva, molto più di una ballata. E’stata un manifesto per tanti giovani. E anche sentendola oggi, nella stagione dei millenials, l’emozione rimane la stessa. La locomotiva era per molti l’essenza dell’anarchia, ma anche il bisogno di libertà e di riscatto. Evocava una carica rivoluzionaria, ha scritto D’Errico. E’vero. Spinta ad una velocità altissima per l’epoca a cui faceva riferimento, riusciva perfino a farti sognare. Un treno che poteva portarti molto lontano, fino a raggiungere le mete desiderate. Non c’è bisogno di soffermarsi ora sui fatti che portarono Guccini a scrivere quella canzone. Ci ha pensato l’autore nelle pagine che state per leggere. La locomotiva, a prescindere, è stata anche metafora. Come per ogni canzone o poesia, il testo scritto da qualcuno diventa di tutti, viene personalizzato, e perché no anche trasformato rispetto al significato originario.
Non ho mai indossato nessun eskimo, non mi è mai piaciuta la retorica. E non ho mai aspettato Godot. Guccini mi piaceva per quel suo modo di essere, spontaneo. Lo sentivo vicino. Con lui tanti altri cantautori di quel periodo. E non perché erano politicamente e socialmente impegnati. Anzi, riuscivo a intuire in particolare il loro lato ironico. E’successo proprio con brani come L’avvelenata, o Disperato erotico stomp di Dalla, e in tante canzoni portate al successo da Edoardo Bennato. Cito, ad esempio, Cantautore, Rinnegato, Così non va Veronica e molte altre. A bordo della mia locomotiva musicale sono saliti in tanti, anche personaggi meno noti e sicuramente non schierati pubblicamente, o comunque poco inclini a manifestare la propria appartenenza a partiti o a movimenti vari. Mi piaceva la musica, in generale. E’per questo che apprezzo ancor di più il volume di D’Errico. Vengono citati grandi artisti, ma anche cantanti che il successo lo hanno solo sfiorato.
Sfogliando le pagine del libro ne ho ritrovati tanti. Come Laura Luca, che partecipò a un lontano Festival di Sanremo con una ballata scritta da Gian Pieretti, Domani domani. Anche a me è capitato di canticchiare quella canzone confondendo i testi con un altro successo dell’epoca, Bella come mai, dei New Trolls. Ecco, Antonio Gerardo D’Errico è riuscito a farmi volare indietro nel tempo con una capacità narrativa non comune. E spero che questo avvenga per tutti i lettori che hanno qualche anno in più. Per gli altri sarà l’occasione di fare il punto su un periodo certamente florido della nostra musica. Perché La Locomotiva si legge quasi come un libro di storia che narra le gesta di grandi musicisti. E non solo. Accanto alle citazioni dei successi musicali, italiani e non, si sviluppa il racconto di un giovane di provincia che si prepara ad affrontare la vita.
D’Errico non lesina emozioni quando scrive della sua mamma, dei fratelli, delle amicizie, dei primi amori e della voglia di affrontare il mondo a caccia di nuove esperienze. Come quando lascia il suo paese per dirigersi alla volta di Aosta, alla ricerca di un lavoro. Ad accompagnarlo, anche in questo caso, le note delle canzoni di Lucio Dalla, di Ivan Graziani, di Francesco De Gregori e degli Alunni del Sole.
Scrive col cuore D’Errico. Il riferimento al gruppo di anarchici, amici del fratello, è solo un pretesto per parlare di amore e di verità, di giustizia e di libertà. Quasi un invito per i lettori a riflettere su quello che ci succede intorno e sulle emozioni che ciò comporta.
Il racconto scivola via come le chiavi sul pentagramma, in un ritmo continuo, assieme alle pagine di un libro che si gode in tutte le sue ascensioni emozionali, che rapiscono e rinnovano pensieri e ricordi.
La locomotiva, insieme alle tante canzoni citate in questo riuscitissimo volume, ha saputo percorrere il giusto tragitto, capace di far riflettere e riconoscersi per più di una generazione.
Antonio Pascotto