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La passione per la musica l’ho sempre avuta. A partire dai tempi della radio. Conducevo un programma mattutino. Non avevo l’auto, e da casa mi muovevo con una borsa carica di dischi diretto verso la sede dell’emittente, piuttosto lontana dalla mia abitazione. Ero animato dalla voglia di comunicare e di proporre al pubblico le cose che mi piaceva ascoltare e fare ascoltare. I cantautori, innanzitutto. Scuola romana, genovese, milanese e soprattutto quella napoletana. Non le consideravo categorie, per carità. Eppure settimanali specializzati come Ciao 2001, all’epoca una vera e propria bibbia per i musicofili, coniavano i termini più disparati per classificare gruppi e generi. Uno di questi, Neapolitan Power, riscattava meglio di altri quel divario tra Nord e Sud, riducendo le distanze tra rock e tarantella, blues e folklore, metropoli e provincia. Insomma, finalmente la musica diventava il mezzo per affermare le proprie radici, la propria identità, e al tempo stesso per dire al mondo: siamo all’avanguardia. Perché i rappresentanti del Napolitan Power erano all’avanguardia, tutti. Da Alan Sorrenti a Tony Esposito, dai fratelli Bennato alla Nuova Compagnia di Canto Popolare. Poi gli Osanna, Napoli Centrale. Per arrivare a Pino Daniele.

Sulle copertine e all’interno degli Lp andavo a spulciare dati, nomi. Volevo sapere tutto dei musicisti a me più cari. Tra i tanti, mi colpì subito, e non solo per il nome, Tony Cercola. Un tipo simpatico, pensai subito. Un percussionista che dava la carica giusta alle band con cui suonava, rendendo i brani carichi di energia. E di energia ne aveva davvero da vendere, quel Cercola. Che ritmo, dicevo ai miei ascoltatori, e sentite come batte le mani sui bonghi. Questo è capace di suonare anche con pentole, coperchi, contenitori di latta e qualsiasi altro mezzo capace di diventare, tra le sue mani, strumento a percussione. La storia mi avrebbe dato ragione.
L’occasione per sentirlo suonare dal vivo si presentò grazie a uno storico concerto di Edoardo Bennato a Napoli, allo Stadio San Paolo. All’epoca i ragazzi non giravano in auto come oggi. Le distanze erano lunghe, anche tra città della stessa regione. Avevo organizzato un pullman gran turismo per consentire a tanti appassionati di musica, come me, di assistere a un gran concerto, a un evento. Sul palco musicisti del calibro di Enzo Avitabile, Ellade Bandini. E lui, Tony. Fu bellissimo. Ho rivissuto quei momenti rivedendo un vecchio programma di Gianni Minà, Invece no – Invece si, una sorta di documentario girato dietro le quinte di un altro famoso concerto allo Stadio San Siro di Milano. Ecco, ad emergere, tra i tanti, in quel filmato, c’era, ovviamente, Tony Cercola.
Nel tempo sono cambiate tante cose. Ma quella passione per la musica non è mai tramontata. Come l’interesse verso un personaggio che trasforma melodie e suoni in emozioni. Credo di aver comprato tutti i dischi con la partecipazione di Tony Cercola. Poi i suoi Lp, in versione cd e vinile, tra cui Tony Cercola e Et voilà. Siamo diventati amici solo da qualche anno, in occasione dell’uscita di Nomade del Vesuvio. Leggo su internet del suo disco. Trovo il sito, chiamo al telefono per chiedere come acquistare il cd. Lascio indirizzo e numero di cellulare. Un pomeriggio squilla il telefono. È Tony. Una lunga chiacchierata. Gli parlo di me, della mia professione. Mi dice che appena si trova a Roma viene a trovarmi in sede, a Mediaset, dove lavoro, e mi regala il disco. Lo fermo subito: no, il disco lo compro. Perché cd e libri vanno acquistati. Anche quelli degli amici. Inoltre dovevo ascoltarlo subito, non ce la facevo ad attendere la visita di Tony, che sarebbe arrivata di lì a qualche giorno.
Al Centro Palatino di Roma, quando arriva Tony, diventa subito festa. La simpatia di questo personaggio cattura tutti. Dalle guardie giurate, che prestano servizio all’ingresso, ai colleghi. Tony stringe le mani a tutti, si ferma a parlare con giornalisti, tecnici, personale della mensa, dove andiamo a mangiare. Devo dire che è una buona forchetta. Non disdegna la cucina del nostro cuoco. Tra una pietanza e l’altra ci raccontiamo storie, aneddoti. Nel giro di qualche ora facciamo il punto sulla storia della musica di questi ultimi anni. Sono cambiate molte cose dai tempi di Sono solo canzonette. Io giornalista, Tony percussautore. Ma in fondo siamo rimasti gli stessi. Eterni giovani a caccia di novità artistiche e culturali, legati dal comune interesse per la musica, il teatro, il cinema, e tutte quelle espressioni artistiche capaci di trasmettere cultura e tradizioni della nostra terra. E non solo. In un’epoca caratterizzata dal digitale e dalla Rete non ci sono più confini. Internet e i nuovi media modificano i rapporti e le relazioni tra gli uomini. Cambia il concetto di sfera pubblica. Nonostante le distanze rimane viva l’identità dei luoghi d’origine e ciascun individuo, anche se lontano dalla propria città, come me e come Tony quando è in tournée, si sente sempre a casa. Con le dovute differenze, certo, ma con la sensazione di vivere all’interno della sfera pubblica di appartenenza. Questo consente di vivere in simbiosi con qualsiasi ambiente, mescolando culture e comportamenti. Un vantaggio rispetto al passato. Che ci aiuta a stare bene a Milano come a Napoli, a Torino come a Genova, ad Avellino come a Cercola, appunto. Il divario tra rock e tarantella, insomma, è stato abbattuto. Io e Tony ne parliamo. Condividiamo questa visione del mondo. La pensiamo allo stesso modo, discutendo davanti a un piatto di spaghetti. È in questo momento che diventiamo davvero amici.
Leggendo il volume che avete tra le mani mi soffermo sull’importanza che ha avuto, per Tony, la sua terra. L’attaccamento per i luoghi d’infanzia, Cercola, i vicoletti con le loro salite, quasi a condurti per mano verso quel Vesuvio che domina su tutto. Antonio G. D’Errico lo descrive un paese molto ordinato. È come ammirare un dipinto in cui il sole crea un magico riflesso battendo sulle facciate delle piccole case disposte sui lati. E l’orizzonte, basso, che lascia una piacevole penombra nella via. L’autore coniuga le parole dell’artista con le immagini del piccolo borgo. È un ritratto esclusivo, quasi un dono divino. È a quel punto che il lettore si immerge con tutto se stesso nel racconto, lasciandosi prendere dall’atmosfera che si crea pagina dopo pagina.
Sfogliando il libro attraversiamo la storia della musica italiana che è partita da Napoli varcando ampiamente i confini.

Chissà se Tony ne parla con l’autore pensando a quella chiacchierata che sancì la nostra amicizia. Anche quando confessa che nel periodo in cui suonava con Edoardo Bennato viveva stabilmente a Milano. E che forse, continuando a vivere in quella città, avrebbe seguito un percorso diverso. Continuando nella lettura capiamo che non è tutto oro quello che luccica. Anzi, di luccicante, tra artisti, produttori e manager, è rimasto ben poco. Al punto che Tony si definisce un volontario della musica. Rivela di aver realizzato tantissime iniziative senza ricevere compensi. Ringraziamenti pochi. Qualche eccezione, come nel rapporto con Edoardo Bennato, uno al quale ho dato tanto – dice – ma ho ricevuto tanto, in maniera vera, generosa, senza calcoli di nessun genere.
Nel libro si scoprono storie, aneddoti, fatti di vita vissuta con grandi artisti del panorama musicale italiano, e non solo. Da Pino Daniele ai fratelli Bennato, Enzo Gragnaniello, Roberto Murolo, Mia Martini, Francesco Baccini, Tullio De Piscopo. Ma anche Brian Ferry, Nana Vasconcelos, Don Cherry, Billy Cobham, George Benson. E l’esperienza con gruppi popolari custodi della vecchia tradizione mescolata a suoni più moderni, come le Nacchere Rosse, e quella con Dario Fo. Impossibile citare tutti gli artisti con i quali Tony ha lavorato. La sua è una carriera lunga, segnata dalla passione per la musica e per il rapporto con la gente, con il prossimo. Tony è altruista, pensa prima agli altri, poi a se stesso. Io l’ho scoperto nel corso di questi anni, attraverso una amicizia cementata da un rapporto sempre sincero. Il pubblico lo scopre a mano a mano che sfoglia le pagine di un libro da leggere tutto d’un fiato, quasi fosse un romanzo. E un po’ romanzo lo è davvero, il volume di Antonio G. D’Errico, che ha saputo tradurre emozioni e sentimenti veri in capitoli scorrevoli che fanno anche pensare e riflettere.
Ho apprezzato la capacità dell’autore nel rivelare il personaggio Cercola. E il prezioso lavoro di ricerca, con le testimonianze di alcuni grandi musicisti. Tante voci, Voci Scomposte mi viene da dire parafrasando il titolo di uno dei dischi più belli di Tony Cercola. Un disco voluto a tutti i costi, sofferto. E forse anche per questo un capolavoro. Chiudo le pagine del volume, ora gelosamente allineato nella mia libreria assieme ai titoli che amo di più, nella consapevolezza di rileggerlo tra qualche giorno, e poi di rileggerlo ancora. Perché mi ha appassionato quella che Tony, a un certo punto, ha definito una storia di provincia. Che poi diventa una storia di tutti. Senza barriere né confini. Come le canzoni.

p.s. E’ la mia presentazione al libro di Tony Cercola e Antonio G.D’Errico dal titolo Come conquistare il mondo con una buatta

 

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