Sono trascorsi 16 anni ma sembra ieri. L’arrivo di notte, in una città illuminata dalle fotoelettriche puntate su Ground Zero. O meglio, su quello che era rimasto del World Trade Center: Lower Manhattan, New York, il centro del mondo. Le sagome dei grattacieli sembravano finte. Imponenti, anche affascinanti se non fosse per quello che era accaduto. Il primo pensiero fu quello di recarmi immediatamente sul posto, blindatissimo. Impossibile accedere ai varchi, dove i poliziotti, con il volto coperto da maschere antigas, ti fermavano ad almeno due chilometri dal perimetro dell’attentato. Ma anche da lì si avvertiva in maniera distinta l’aria irrespirabile che sapeva di morte, di polvere, di distruzione. Ci volle qualche giorno per poter accedere all’interno.
Alcuni dei fotogrammi che vi mostro sono quelli di un video che realizzammo con una telecamerina nascosta. Riuscimmo a girare le immagini dal grattacielo più vicino a Ground Zero grazie alla collaborazione del responsabile dei servizi informatici di una società di New York, Fabio Catassi. Grazie a lui eravamo entrati in uno degli uffici di quella società, praticamente inagibile, e potemmo vedere e riprendere dall’alto quello che era successo. Sembrava l’inferno. Sotto c’era un cratere di polvere, cemento e resti umani. Erano i giorni immediatamente successivi all’attentato, i giorni della paura dell’antrace, i giorni del lavoro immenso dei vigili del fuoco, che lavoravano giorno e notte. A loro fu dedicata la scritta sul tabellone posto all’ingresso di Manhattan: benvenuti nella città degli eroi. A loro e alle vittime è dedicato il mio ricordo.







