Sono coincidenze, solo coincidenze. Eppure succede che nel giro di poche ore ho visto il docufilm di Walter Veltroni “Indizi di felicità”. Poi ho letto sul Venerdì di Repubblica un’intervista a Claudio Lolli, un cantautore che ho amato. I più giovani non lo conoscono, ma quelli della mia generazione ricorderanno “Ho visto anche degli zingari felici”. Un manifesto per quell’epoca. Era il 1976. Dunque, la felicità. E le coincidenze. Perché subito dopo sfoglio L’Espresso e leggo la rubrica di Roberto Saviano, L’Antitaliano, che ha come titolo: “Si può essere felici in Italia?”. Aridaglie, dicono a Roma. Solo poche ore e il tema della felicità torna prepotentemente alla mia attenzione. Nel caso di Saviano la sua riflessione parte dalla domanda di una ragazza durante un incontro dello scrittore a un Festival di Viterbo. Il quesito rivoltogli è: “Si può essere felici in Italia, ancora?”. Saviano, ammutolito, non riesce a rispondere. Ci prova nella sua rubrica. Ma non credo che sia riuscito nell’intento. In sostanza dice che no, adesso non si può essere felici.
Metto insieme quello che ho visto nel film di Veltroni e quello che ho letto di Saviano. Poi ascolto Claudio Lolli, che canta di aver visto degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra. Un’immagine, un’istantanea. Ecco, io credo che la felicità sia fatta di tanti piccoli grandi momenti che vanno raccolti, messi insieme e conservati. Non esiste la felicità a tempo pieno. Non si può essere felici se ti bocciano a scuola o se ti bucano una ruota. La vita è fatta di istanti, come ha saputo raccontare con garbo e ironia Francesco Piccolo nei suoi “Momenti di trascurabile felicità/infelicità”. La realtà si divide a spicchi. Quando rimango bloccato con l’auto nel traffico impreco e mi dispero. Ma quando resto incantato davanti all’immensità di un sole che tramonta nel mare è tutta un’altra musica. Come quella di Claudio Lolli quando vede gli zingari rotolarsi per terra e fare l’amore.