{"id":1374,"date":"2020-10-22T08:23:11","date_gmt":"2020-10-22T08:23:11","guid":{"rendered":"http:\/\/antoniopascotto.it\/?p=1374"},"modified":"2021-04-24T23:37:33","modified_gmt":"2021-04-24T23:37:33","slug":"i-pentiti-del-web","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antoniopascotto.it\/?p=1374","title":{"rendered":"I PENTITI DEL WEB"},"content":{"rendered":"<p>Prima il loro impegno per la costruzione del mondo digitale in cui stiamo vivendo, poi il rimorso per il risultato del lavoro svolto sino ad oggi. Li chiamano i pentiti del Web, quelli che nella Silicon Valley si sono dati da fare per promuovere lo sviluppo tecnologico legato ai social network, Facebook in primo luogo. Avevano cominciato a prendere le distanze ben prima dello scandalo di Cambridge Analytica. L\u2019ex presidente del social network fondato da Zuckeberg si chiama Sean Parker. Nel 1999 aveva creato Napster, il servizio per lo scambio di musica tra utenti privati che provoc\u00f2 un vero e proprio terremoto in tutto il settore, dando il via alla rivoluzione della musica digitale. Realizz\u00f2 anche altri siti come Plaxo e Causes prima di approdare a Spotify, la piattaforma che offre lo streaming on demand di una selezione di brani di vari artisti legati a etichette discografiche che aderiscono all\u2019iniziativa. Parker, oggi miliardario, si dichiara \u2018obiettore di coscienza\u2019 e rinnega la sua stessa creatura: \u201cFacebook e gli altri &#8211; dice &#8211; hanno costruito il loro successo sullo sfruttamento della vulnerabilit\u00e0 della psicologia umana. Dio solo sa cosa stanno facendo al cervello dei nostri figli\u201d. Quel cosmo costruito intorno ai mi piace non va pi\u00f9 gi\u00f9 a Parker. Spiega che la struttura messa in piedi cambia letteralmente la relazione di un individuo con la societ\u00e0 e con gli altri, intervenendo in modo negativo sulla produttivit\u00e0. Parole che pesano. Ancora di pi\u00f9 perch\u00e9 pronunciate da chi ha avuto un ruolo di primo piano nella nascita e nello sviluppo del social network pi\u00f9 famoso e utilizzato da giovani e meno giovani. \u201cQuando \u00e8 stato lanciato Facebook &#8211; racconta &#8211; le persone venivano da me e mi dicevano che non erano tipi da social media. Io rispondevo che lo sarebbero diventati, nonostante le resistenze. Nonostante tutti dicessero di preferire le interazioni reali e di dare valore alla riservatezza. Alla fine vi prenderemo tutti, replicavo. Ed \u00e8 stato cos\u00ec. I social come Facebook, Twitter, Instagram e altri ci hanno presi tutti. E continuano a fagocitare sempre pi\u00f9 il nostro tempo\u201d. Per Sean Parker, e non \u00e8 il solo, come vedremo pi\u00f9 avanti, un network che raggiunge due miliardi di persone cambia letteralmente il rapporto degli individui con la societ\u00e0 e con gli altri. Ma, quando il social \u00e8 stato creato, i suoi inventori erano coscienti che per consumare l\u2019attenzione e il tempo delle persone occorreva ogni tanto una botta di dopamina. Quando qualcuno commentava o gradiva un post o la foto di un utente, questi a sua volta era portato a pubblicare un altro post che generava altri commenti e altri like. In pratica un loop di riscontro che convalida le cose che si cercano sfruttando la psicologia umana. Insomma, si stava dando vita a un meccanismo capace di creare dipendenza, come una droga. Zuckerberg e gli altri &#8211; confessa Parker &#8211; ne erano consapevoli ma lo hanno fatto lo stesso.<\/p>\n<p>Anche Evan Clark Williams, tra i fondatori diTwitter, oggi ammette qualche colpa: \u201cInternet si \u00e8 rotto, si \u00e8 incamminato su un percorso buio e le cose andranno sempre peggio. Quando pensavo che il mondo sarebbe cambiato se ognuno fosse stato libero di comunicare e di esprimersi liberamente attraverso informazioni e idee mi sbagliavo\u201d. In effetti lo stesso Williams, come Steve Jobs, non lasciava usare l\u2019Ipad ai suoi figli. Lo stesso faceva Chris Anderson, gi\u00e0 direttore di Wired, imponendo ai suoi ragazzi di utilizzare i dispositivi presenti in casa il meno possibile. E che dire di Jonathan Paul Ive, capo designer dei prodotti Apple, che denunci\u00f2 l\u2019uso improprio dell\u2019iPhone, ammettendo che restare sempre connessi era un errore. Proprio lui consigli\u00f2 di usare meno il telefonino e di esercitare un minimo di autocontrollo per cercare di trovare il giusto equilibrio.<\/p>\n<p>Un altro signore noto, Jerry Kaplan, informatico americano con la testa rivolta verso il futuro, pioniere nel settore dei tablet, ha rivelato senza troppi indugi di odiare i social media e di considerarli una distrazione. Kaplan \u00e8 anche l\u2019autore di un volume dal titolo Intelligenza artificiale. Guida al futuro prossimo, nel quale lancia un allarme sull\u2019utilizzo delle macchine superintelligenti nei prossimi anni. L\u2019intelligenza artificiale, per Kaplan, avr\u00e0 sulle nostre vite un impatto pari a quello della rivoluzione industriale o della nascita del Web. Si riuscir\u00e0 a produrre ricchezza e crescita, ma il rischio \u00e8 quello di estromettere proprio gli esseri umani dal mercato del lavoro. Ad essere coinvolto non sar\u00e0 solo il settore dell\u2019economia. Gli scenari anticipati da Kaplan riguardano anche il rapporto tra le persone, sempre pi\u00f9 lontane tra di loro e sempre pi\u00f9 dipendenti da macchine capaci di fornire assistenza e di provare addirittura emozioni.<\/p>\n<p>L\u2019elenco dei pentiti \u00e8 lungo. Roger McNamee \u00e8 certamente un personaggio estroso, oltre a essere un uomo d\u2019affari e un affermato musicista. Ha avuto a che fare con Bill Gates, che teneva conto dei suoi commenti rispetto alle riflessioni pubblicate su libri come La strada che porta al domani , e con Mark Zuckerberg. McNamee fu uno dei primi investitori di Facebook, diventando in seguito uno dei primi critici nei confronti del social network. Oggi rivela: \u201cHo investito e guadagnato molto con Google e Facebook nei primi anni, ma ora mi rendo conto che, come nel caso del gioco d\u2019azzardo, della nicotina, dell\u2019alcol e dell\u2019eroina, Facebook e Google producono felicit\u00e0 di breve periodo con pesanti conseguenze nel lungo termine. Gli utenti non si rendono conto dei segnali di dipendenza fino a quando non \u00e8 troppo tardi. La giornata ha solo 24 ore e queste compagnie sono in competizione tra di loro per conquistare il numero pi\u00f9 alto di pubblico. McNamee se la prende pure con Netflix: \u201cIl suo principale concorrente non \u00e8 Amazon, come afferma lo stesso capo del servizio di streaming, ma il sonno dei suoi spettatori\u201d.<\/p>\n<p>Antonio Garcia Martinez, che conosce bene Facebook, avendo in passato contribuito a trasformare in danaro i dati del social, recita il mea culpa: \u201cHo partecipato alla creazione di una tecnologia in grado di individuare i gusti degli utenti. Se una persona fa un acquisto sul Web o una ricerca online, Facebook pubblica un\u2019inserzione personalizzata sul suo profilo. Oramai \u00e8 un mezzo potente, che conosce tutto dei propri iscritti, approfittando in particolare di quelli pi\u00f9 tristi, stressati, insicuri\u201d. Ritiene che i dati raccolti da Cambridge Analytica difficilmente abbiano potuto influire sul risultato delle elezioni americane. Considera anche inutile l\u2019idea di cancellarsi da Facebook. Del resto, ammette, per evitare qualsiasi rischio occorrerebbe buttare via tutti i telefonini e non accendere pi\u00f9 nemmeno un computer. Tuttavia nel libro Chaos Monkeys, se la prende con il capitalismo imperante della Silicon Valley partendo dalle sue esperienze personali. Le startup, dice, sono esperimenti di business condotti con i soldi degli altri, mentre il capitalismo \u00e8 una farsa amorale in cui ogni giocatore, investitore, impiegato, imprenditore o consumatore \u00e8 complice. Dietro l\u2019utopia tech si nascondono invidie, menzogne, tradimenti. C\u2019\u00e8 poca differenza tra l\u2019avidit\u00e0 del capitalismo e il regime totalitario comunista. Il mito della societ\u00e0 tecnologica \u00e8 un bluff fatto di sotterfugi dove si investono soldi senza fornire prodotti e senza avere clienti. Meglio gli hacker, confessa a un certo punto Martinez, che Bill Gates, definito un privilegiato figlio dell\u2019aristocrazia tech di Seattle. Non viene risparmiato nessuno, n\u00e9 il creatore di Windows, che avrebbe ottenuto la sua prima commessa con Ibm grazie alla madre, che all\u2019epoca collaborava con il Ceo dell\u2019azienda, n\u00e9 Steve Jobs, che quando lavorava come tecnico ad Atari avrebbe truffato uno dei suoi migliori amici per qualche migliaio di dollari di bonus aziendale. I colleghi, invece, vengono descritti come sociopatici con la felpa. Anche se, riconosce, lavorano 14 ore al giorno. Antonio Garcia Martinez immagina uno scimpanz\u00e9 che imperversa attraverso un datacenter alimentando qualsiasi cosa, da Google a Facebook. Nella metafora che paragona la Silicon Valley a una scimmia, gli ingegneri della struttura utilizzano un software per testare la robustezza dei servizi online e la loro capacit\u00e0 di sopravvivere a quello che si rivela un fallimento generale. Ma ad essere messi sotto accusa sono soprattutto gli imprenditori, sono loro le vere scimmie del caos della societ\u00e0 che tengono sotto controllo, trasformando ogni aspetto della nostra vita. Nella Silicon Valley, scrive l\u2019ex consigliere di Twitter, che ha al suo attivo collaborazioni con Facebook e Goldman Sachs, non esiste nessuna deontologia professionale, i comportamenti sono di tipo mafioso, molti dirigenti sembrano gangster e non riescono a capire la differenza tra cosa \u00e8 giusto e cosa \u00e8 sbagliato. L\u2019unica missione, per tutti, \u00e8 fare soldi. A tutti i costi.<\/p>\n<p>Steve Wozniak, cofondatore di Apple con Steve Jobs, afferma che \u00e8 giunto il momento di cancellare Facebook. Mentre Elon Musk, fondatore di Tesla e Space X, \u00e8 passato dalle parole ai fatti togliendo dal social le pagine delle sue societ\u00e0. Sempre contro Facebook e contro la tecnologia in generale punta il dito l\u2019ex presidente del social network Chamath Palihapitiya: \u201cAbbiamo creato un sistema di feedback alimentato dalla dopamina che distrugge il funzionamento della societ\u00e0. Niente pi\u00f9 discorso civico, niente cooperazione. Solo stravolgimento della realt\u00e0\u201d. Palihapitiya non usa mezzi termini: \u201cL\u2019unica soluzione \u00e8 staccare la spina o quantomeno cercare di utilizzare i social il meno possibile\u201d. E i bambini? Nessun dubbio, chiusura totale nei confronti di quella che considera una vera e propria \u201cshit\u201d. Greg Hochmuth, ingegnere e artista, specializzato nello studio dei dati, gi\u00e0 product manager con Google, dove lavor\u00f2 per la personalizzazione degli annunci, contribu\u00ec alla creazione di Instagram con entusiasmo: \u201cEro contento di aiutare molte persone a condividere le loro esperienze con la stessa gioia con cui scattavo le foto sul mio iPhone. Poi mi sono reso conto che c\u2019\u00e8 sempre un altro hashtag su cui cliccare. A un certo punto il sistema assume vita propria, come se fosse un organismo, e diventa un\u2019ossessione per le persone\u201d.<\/p>\n<p>Di hackeraggio del cervello parla Tristan Harris, per tre anni design ethicist di Google. Continua ad occuparsi dell\u2019etica dei prodotti, in particolare della responsabilit\u00e0 morale delle aziende tecnologiche, ma lo fa con una societ\u00e0 no-profit, visto che con Google non \u00e8 stato possibile. La sua intervista pi\u00f9 popolare \u00e8 quella realizzata da Sam Harris, filosofo e neuroscienziato statunitense, disponibile online in podcast 17 , dal titolo Che cosa ci sta facendo la tecnologia?. Secondo lo studioso la tecnologia sta rubando le nostre menti sfruttando la vulnerabilit\u00e0 psicologica delle persone. Per rendere comprensibile il suo ragionamento, Harris utilizza la metafora del mago che influenza le persone senza che loro se ne rendano conto. Una volta che il mago conosce i punti deboli del suo pubblico \u00e8 pronto a spingere i loro pulsanti come si fa con i tasti di un pianoforte. \u00c8 quello che fanno i progettisti, i programmatori, i giganti del Web. \u201cLa cultura occidentale &#8211; afferma &#8211; \u00e8 costruita attorno a ideali che si fondano sulla libert\u00e0. Milioni di persone difendono con decisione il diritto di fare scelte libere, mentre ignorano come quelle scelte siano manipolate a monte\u201d. Harris immagina di essere fuori con gli amici il marted\u00ec sera e di voler trascorrere qualche ora insieme in un posto gradevole dove poter conversare e bere qualcosa. Consultando il proprio smartphone ci si trova davanti a una serie di proposte, un men\u00f9 che consiglia un bar dove andare e cosa scegliere. Ma il men\u00f9 ignora il parco che si trova di fonte al bar selezionato, dove c\u2019\u00e8 una band che suona musica dal vivo. Manca pure la galleria d\u2019arte che si trova sempre nelle vicinanze, dove vengono servite crepes e caff\u00e8. Non c\u2019\u00e8 niente di tutto ci\u00f2, solo le proposte del telefonino che, con i suoi suggerimenti, diventa un mezzo potentissimo. Tra le metafore utilizzate da Harris c\u2019\u00e8 quella della slot machine. Una persona consulta il proprio telefonino 150 volte al giorno. Perch\u00e9 lo fa? Si tratta di 150 scelte consapevoli? A questo punto Harris rivela un ingrediente psicologico fondamentale nel gioco delle slot machine. Si chiama premio variabile intermittente. I progettisti delle macchine collegano l\u2019azione di un giocatore con una ricompensa attraente, come ad esempio un premio in danaro. O, al contrario, nulla. La dipendenza \u00e8 pi\u00f9 forte quando il tasso di ricompensa ha pi\u00f9 variabili. La stessa cosa succede con i telefonini. Miliardi di persone hanno in tasca una slot machine, e ogni volta che un telefono viene utilizzato \u00e8 come tirare la leva della macchina e giocare una partita. Quando viene aggiornata la posta elettronica \u00e8 come giocare alle slot machine per vedere quali notifiche abbiamo. Cos\u00ec come quando si apre Facebook per vedere quanti mi piace ha ottenuto il post pubblicato un\u2019ora prima. O quando con il dito si scorre il feed di Instagram per vedere quale foto appare subito dopo. Le app e i siti sul Web generano premi variabili intermittenti. Ma c\u2019\u00e8 un\u2019altra modalit\u00e0 con cui app e siti influenzano le persone. \u00c8 quella di introdurre un 1 per cento di possibilit\u00e0 di perdere qualcosa d\u2019importante. Se siamo convinti che un sito o un profilo su Facebook sia fondamentale per apprendere un\u2019informazione, sar\u00e0 difficile non consultarlo o cancellare quel profilo o addirittura rimuovere il proprio account. Potrebbe venire a mancare, appunto, una notizia significativa. Sollecitare la nostra curiosit\u00e0 \u00e8 uno degli esercizi preferiti dai social. Di cosa parlano i nostri amici su Facebook o quali foto postano su Instagram? Non \u00e8 possibile vivere con la paura di perdere qualcosa. Un\u2019altra teoria utilizzata spesso \u00e8 quella dell\u2019approvazione sociale. Riguarda cio\u00e8 la necessit\u00e0 di ottenere un consenso, di essere apprezzati dagli altri. Quando la societ\u00e0 a cui apparteniamo \u00e8 soddisfatta dei nostri comportamenti vuol dire che valiamo, che siamo importanti, forse anche indispensabili. Il problema \u00e8 che le aziende tecnologiche si servono di questa teoria per coinvolgerci sempre di pi\u00f9. Quando un amico ci tagga immaginiamo che si tratti di una scelta consapevole. In realt\u00e0 Facebook, Instagram, SnapChat e altri possono manipolare la frequenza con cui le persone vengono taggate nelle foto, suggerendo automaticamente tutti i volti che le persone dovrebbero taggare. Per Tristan Harris, etichettato come \u201cla cosa pi\u00f9 vicina che la Silicon Valley ha per coscienza\u201d, Facebook, con due miliardi di iscritti che la frequentano anche cento volte al giorno, ha pi\u00f9 seguaci del cristianesimo ed \u00e8 grande una volta e mezzo l\u2019islam. \u00c8 dunque pi\u00f9 influente di qualsiasi religione, e per questo motivo sta diventando un problema esistenziale. Harris ne \u00e8 consapevole e ha creato una fondazione, Time Well Spent, per sensibilizzare le persone a ritrovare tempo e qualit\u00e0, liberandosi dalle maglie strette di cellulari, tablet e pc. La sua missione, dice Harris, \u00e8 \u201cuna crociata di civilt\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Justin Rosenstein \u00e8 l\u2019uomo che ha inventato il like, il mi piace. Nelle sue intenzioni c\u2019era la voglia di regalare un po\u2019 di ottimismo. Ma col passare del tempo lo stesso Rosenstein si \u00e8 reso conto che quella invenzione ha i suoi lati negativi. Al punto di imporsi limiti di tempo rigorosi sull\u2019uso di Facebook e di altri social. L\u2019ingegnere teme gli effetti negativi dei social sulle persone e ha chiesto al suo assistente di creare sull\u2019iPhone una funzione che gli impedisca di scaricare qualsiasi applicazione. In lui cresce la preoccupazione che, oltre a coinvolgere gli utenti, la tecnologia stia contribuendo alla cosiddetta attenzione parziale continua, limitando gravementela capacit\u00e0 delle persone di concentrarsi e abbassando il quoziente d\u2019intelligenza.<\/p>\n<p>Anche Leah Pearlman faceva parte del team che ha creato il mi piace per Facebook. Oggi dirige una casa editrice di fumetti e ha come obiettivo quello di riscoprire i valori veri della vita. Ammette che \u201ccontare i like per valutare quanto si vale \u00e8 una fuorviante illusione\u201d. Nir Eyal ha dedicato diversi anni della sua attivit\u00e0 al servizio dell\u2019industria tecnologica. E conoscetutti i meccanismi utilizzati dai giganti della Silicon Valley, i trucchi psicologici, alcuni citati da Tristan Harris, che possono essere usati per far s\u00ec che le persone sviluppino abitudini. \u201cLe tecnologie che utilizziamo si sono trasformate in compulsioni, se non in dipendenze a pieno titolo\u201d, dice Eyal. \u201cLa tecnologia sta prendendo il sopravvento sulle nostre vite. E le responsabilit\u00e0 delle aziende sono enormi\u201d. Eyal ha installato nella sua casa un timer di presa collegato a un router che interrompe l\u2019accesso a Internet ad un orario prestabilito ogni giorno. \u201cL\u2019idea \u00e8 di ricordare che non siamo impotenti\u201d, ha detto.<\/p>\n<p>\u201cAbbiamo il controllo\u201d. Il lungo elenco di critiche ha costretto Facebook e i suoi dirigenti ad ammettere che l\u2019uso del social pu\u00f2 essere negativo per la salute mentale degli utenti. Consumare passivamente il proprio tempo \u00e8 un pericolo ma, affermano David Ginsberg, capo della ricerca del gruppo, e Moira Burke, ricercatrice, una soluzione pu\u00f2 essere quella di coinvolgere maggiormente le persone sulla piattaforma e metterle nelle condizioni di poter interagire nel modo migliore con vecchi amici, chattare in piccoli gruppi o scambiare contenuti direttamente con altri utenti per migliorare il proprio benessere e la propria esperienza sul social network. Una soluzione che, per la verit\u00e0, non convince.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Prima il loro impegno per la costruzione del mondo digitale in cui stiamo vivendo, poi il rimorso per il risultato del lavoro svolto sino ad oggi. Li chiamano i pentiti del Web, quelli che nella Silicon Valley si sono dati da fare per promuovere lo sviluppo tecnologico legato ai social network, Facebook in primo luogo. 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