{"id":1284,"date":"2020-04-15T08:22:27","date_gmt":"2020-04-15T08:22:27","guid":{"rendered":"http:\/\/antoniopascotto.it\/?p=1284"},"modified":"2022-03-04T09:27:56","modified_gmt":"2022-03-04T09:27:56","slug":"il-cielo-in-una-stanza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antoniopascotto.it\/?p=1284","title":{"rendered":"IL CIELO IN UNA STANZA"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mi guardo attorno e osservo con particolare attenzione la mia stanza come mai prima d\u2019ora. I quadri appesi al muro, le foto nelle cornici, i libri, gli appunti sulla scrivania, i computer. Ne ho pi\u00f9 di uno, e spesso sono accesi tutti nello stesso momento. Ho un bel balcone dove ci sono tavolini, poltrone e piante. Anche la vista \u00e8 gradevole. Ma ci vado di rado, all\u2019aperto. Non ho lo stesso rapporto come con il resto della casa. E della mia piccola stanza.<\/p>\n<p>E\u2019stato cos\u00ec sin da ragazzo. All\u2019epoca c\u2019era la moda dei poster attaccati alle pareti. Ne avevo tanti, affissi con lo scotch, nonostante il parato continuasse inesorabilmente a rovinarsi. Il primo in alto, quello di Loredana Bert\u00e9 che indossava un mini short di jeans. Era quello che piaceva di pi\u00f9 ai miei amici. Poi Van Morrison, Edoardo Bennato, una foto in bianco e nero di Eduardo. E i Pooh, i Led Zeppelin, i Genesis. Che c\u2019entrava Loredana Bert\u00e9 con Van Morrison? Lo confesso, ancora oggi non faccio troppe distinzioni tra le cose che in qualche modo mi interessano o che mi piacciono. Ascoltavo musica passando da un genere all\u2019altro con grande disinvoltura, mentre dalla cucina arrivava la voce di mia madre che intonava le canzoni di Sergio Bruni e di Mario Trevi.<\/p>\n<p>Quasi tutti i poster, che mamma chiamava manifesti, avevano il logo di Ciao2001, il mio settimanale preferito. Ma leggevo anche molte altre riviste musicali, come Popster, Rockstar, Rockerilla, Mucchio Selvaggio, fino ai pi\u00f9 popolari Music e Nuovo Sound. Su una libreria, che somigliava di pi\u00f9 a uno scaffale, c\u2019erano i gialli dei ragazzi: Pimlico Boys, I tre investigatori, Nancy Drew, gli Hardy Boys, Marcello e Andrea, Rossana. Pi\u00f9 in basso i fumetti di Alan Ford. Ancora oggi li colleziono, anche se per motivi di tempo li leggo di rado. Insomma, quello era il mio regno, tra libri e fumetti, cantanti, attori e personaggi noti. Non c\u2019era Internet, non c\u2019era Netflix, ma mi piaceva molto rimanere a casa nella mia stanza.<\/p>\n<p>Ci penso in questi giorni, costretto all\u2019isolamento, chiuso in casa senza poter uscire per colpa di questo maledetto Covid-19. Se potessi me ne andrei al mare. Lo desidero molto. Eppure, riflettendoci bene e pensando a quella cameretta che mi piaceva tanto, anche oggi l\u2019ambiente casalingo non mi dispiace affatto. Non \u00e8 una costrizione. O meglio, lo diventa se te lo impongono. Qualcuno dice che l\u2019isolamento consente di dare pi\u00f9 valore a quello che ti circonda. Non lo so, ma non mi sforzo nemmeno di pensarci. Tanto ho gi\u00e0 dato a tutto il valore che ritengo giusto.<\/p>\n<p>Poi c\u2019\u00e8 la questione di Internet. Siamo meno soli, siamo connessi, non siamo proprio isolati, meno male che c\u2019\u00e8 la Rete e cos\u00ec via. Ma allora, si chiede Riccardo Luna, gi\u00e0 direttore di Wired Italia e componente della task force voluta dal governo per fermare le fake news, forse era una sciocchezza dire che Internet ci rendeva stupidi? Lo sosteneva Nicholas Carr e anche Jaron Lanier, studiosi del web e delle nuove tecnologie. Ne riparleremo pi\u00f9 avanti. Ora torniamo alle nostre quattro mura.<\/p>\n<p>I pensieri si accavallano quando penso che dovr\u00f2 trascorrere un\u2019altra giornata in casa. Certo che la libert\u00e0 mi manca, ma quante cose riesco a fare in questi momenti di solitudine? Io stesso l\u2019avevo definita solitudine digitale. Si, \u00e8 vero, grazie a Internet guardo film e serie tv. Ho cominciato a vedere, finalmente dicono i miei amici, <em>La Casa di Carta<\/em>. E\u2019 la fortunatissima produzione in onda su Netflix.\u00a0 C\u2019\u00e8 un criminale, chiamato il professore: recluta otto persone che non hanno pi\u00f9 nulla da perdere per compiere la pi\u00f9 grande rapina del secolo.\u00a0 Comprendo chi realizza le serie, intuisco l\u2019aspetto psicologico su cui si basano dialoghi e trame. In passato ho anche tentato, illudendomi, di studiare come si scrive una sceneggiatura. Eppure mi lascio andare, come tutti, e divoro le puntate della Casa una dopo l\u2019altra. Sono passato in pochi giorni dalla prima alla terza serie. Ora c\u2019\u00e8 la quarta. Mi dicono che \u00e8 meno bella. Ma devo verificarlo di persona personalmente, per dirla alla Catarella.<\/p>\n<p>Fuori le strade sono silenziose, e noi rintanati nei nostri rifugi diamo sfogo alla creativit\u00e0. Abbiamo cominciato con i canti dai balconi. Poi abbiamo smesso. Una sorta di pudore per quello che sta accadendo. Perch\u00e9 non \u00e8 facile dominare il dolore. Allora ci siamo organizzati con le video chat. Anche quando mangiamo ci colleghiamo con amici e parenti. Con Zoom \u00e8 possibile stare insieme, virtualmente, fino a 50 comunicazioni. Ma dicono che non \u00e8 sicuro, che c\u2019\u00e8 il pericolo di virus. Virus digitali. E francamente non mi va proprio di sentire questa parola. Ma le soluzioni non mancano. I programmi sono molteplici: da Skype a Discord passando per WhatsApp e FaceTime. Siamo tutti collegati, siamo tutti iperconnessi.<\/p>\n<p>Quanto \u00e8 cambiata la mia camera. La nostalgia del passato lascia il posto a un presente fatto di librerie vere, libri di psicologia e di storia, qualche romanzo, molti saggi. Poi ci sono i computer, dicevo, e i telefonini. Mi godo tutte queste cose insieme facendo finta che non sia cambiato nulla rispetto a qualche settimana fa. Il mantra \u00e8 sempre lo stesso: meno male che Internet c\u2019\u00e8. E qui riprendiamo il discorso. La fruizione del tempo trascorso in Rete e quello delle giornate senza limiti e restrizioni \u00e8 diverso, ma anche prima c\u2019eravamo lasciati andare abbastanza all\u2019uso smisurato degli smartphone, dei device digitali, dei computer. Anche per strada camminavamo da soli, con lo sguardo rivolto in basso verso il display del cellulare. L\u2019avevo definita, nel mio libro Il <em>Mondo senza Internet,<\/em> \u2018Solitudine digitale\u2019. E a quella, ancora oggi, preferisco la solitudine di chi si immerge nella storia di un bel libro per volare con la fantasia.<\/p>\n<p>La solitudine non \u00e8 il male a tutti i costi. Un concetto valido soprattutto se, una volta usciti per strada, quando tutto sar\u00e0 finito, dovessimo tornare a camminare senza alzare lo sguardo in alto. Incrociare con i nostri occhi quelli di chi ci passa accanto rimane una conquista. Quello intendo fare, quando la pandemia sar\u00e0 soltanto un ricordo. Ci vorr\u00e0 tempo, lo so, ma pensandoci bene, stavolta, se ci impegniamo, se davvero\u00a0torneremo ad abbracciarci, a toccarci, a stringerci le mani e a salutarci con i baci, questo tempo non sar\u00e0 stato tiranno. Intanto alzo gli occhi volgendo lo sguardo al soffitto. E\u2019 bianco come le pareti ma in questo periodo di isolamento lo immagino azzurro. E\u2019 il mio cielo, il nostro cielo. Il cielo in una stanza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Mi guardo attorno e osservo con particolare attenzione la mia stanza come mai prima d\u2019ora. I quadri appesi al muro, le foto nelle cornici, i libri, gli appunti sulla scrivania, i computer. Ne ho pi\u00f9 di uno, e spesso sono accesi tutti nello stesso momento. 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