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Finalmente un film su Stan Laurel e Oliver Hardy. Stanlio e Ollio. Ci hanno accompagnato per anni, e ancora oggi, su qualche televisione, ammiriamo le loro gag. Forse è stata la coppia più straordinaria di tutti i tempi. Erano fatti l’uno per l’altro. Una miscellanea perfetta. Difficile immaginare Stan senza l’amico Oliver. La pellicola diretta da Jon S.Baird narra l’ultima fase della loro carriera. Siamo nel 1937, Stanlio e Ollio sono ancora sotto contratto, ma Stan si lamenta con il suo produttore. Litiga, viene licenziato. Oliver dovrà  girare da solo per la prima volta dopo i successi internazionali con l’amico. Una macchia indelebile, l’unica, dell’intera storia artistica dei due.

Qualche anno dopo, oramai ultrasessantenni, Laurel e Hardy decidono di partire per una tournée teatrale. Ancora c’è la voglia di darsi al pubblico, di creare nuovi progetti. Addirittura si pensa a un film. Ma il sipario è oramai pronto per chiudersi. Non si chiude, invece, la loro amicizia. E’ impossibile. Stanlio e Ollio sono una coppia di fatto che nemmeno le mogli possono dividere. Il film è delicato, dolce, intenso. E soprattutto ci riporta indietro nel tempo, quando non perdevamo neppure un appuntamento con le loro comiche. Purtroppo Stan e Oliver non hanno mai saputo quanto sarebbero diventati popolari tra quelli della mia generazione. Ancora oggi ricordo pellicole come I due galeotti, Fra diavolo, Andiamo a lavorare, I monelli, Lavori in corso, I figli del deserto, I diavoli volanti, Gli allegri imbroglioni, I vagabondi, il mio preferito, quello girato nella lugubre casa dove sarebbe morto un lontano parente di Stanlio. Ricordo le mie risate a crepapelle. In quell’occasione Stanlio era doppiato da Fiorenzo Fiorentini, mentre Ollio recitava con la voce di Carlo Croccolo, noto per aver lavorato più volte al fianco del grande Totò. Ollio, com’è noto, fu doppiato per anni da un altro colosso del cinema italiano, Alberto Sordi.

I cortometraggi di Stanlio e Ollio furono trasmessi in Italia dalla Rai alla fine degli anni Sessanta. Mi accomodavo sulla poltrona di casa, davanti al vecchio televisore in bianco e nero, quello con il tubo catodico grande quattro volte lo schermo. Al pomeriggio, con i ragazzi del cortile, commentavamo le scene che c’erano piaciute di più. Li chiamavamo, come tanti altri, Cric e Croc. Imitavamo le loro smorfie: Stanlio mentre si grattava la testa quando piagnucolava, oppure Oliver che muoveva la cravatta quando salutava, o quando batteva con i polpastrelli su un tavolo, o quando chiamava l’amico con quella marcata pronuncia anglosassone tipo Mmmmm, Stanlioooo!!!. A volte spostando l’accento, come stupìdo al posto di stùpido. Smorfie esilaranti, accompagnate da quel motivetto accattivante dal titolo The cuckoo song, composto da Marvin Hatley su ispirazione dello stesso Stan.

Quanti ricordi. E’ stata una bella idea quella di girare un film su Stanlio e Ollio. Lo meritavano, e lo meritiamo noi, che li abbiamo amati anche dopo la loro scomparsa. Perché un attore, anche quando muore, continua a vivere. Forse per questo Stan Laurel avvertì gli amici che, se avessero pianto al suo funerale, non avrebbe mai più rivolto loro la parola.

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