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Siamo postmoderni, cioè facciamo parte di un’era che si basa sulla mercificazione del tempo e delle nostre esperienze. Siamo impegnati a regolare il tempo che consumiamo sui nostri device per partecipare alla rappresentazione digitale che ci vede impegnati direttamente come attori in un mondo che fabbrica emozioni e dove noi stessi costruiamo storie. Anche la cosiddetta silver generation, quella che comprende gli over 55, è molto attiva su Internet. I senior italiani sono inseparabili dal proprio smartphone e hanno un rapporto di forte intimità con la tecnologia, condividendo le esperienze personali su Facebook, Twitter e Instagram. In Italia più che in altri paesi come Australia, Francia, Germania e Stati Uniti. L’attività principale è chattare. Poi ci sono le app, utilizzate per consultare il meteo, per le indicazioni stradali, per gli acquisti e per leggere le ultime notizie.

Il ciberspazio è il luogo dove trascorriamo una buona parte del nostro tempo, che è lo stesso tempo che abbiamo calcolato al momento dell’accesso, gestito, vale sempre la pena ricordarlo, dalle aziende di telecomunicazione. Ma a questo punto non possiamo più definire questo mondo virtuale, perché la rappresentazione di noi stessi diventa un evento al quale partecipano anche gli altri, in uno spazio dove l’interazione è sinonimo di realtà. Una delle differenze, ma fino a un certo punto, è quella che distingue chi è passato da un’epoca all’altra, come i migranti, alle prese con un cambiamento radicale delle proprie vite, e i nativi digitali, che considerano normale svolgere ogni tipo di attività online. Un’altra riguarda le conoscenze. Se nel secolo scorso un individuo conosceva al massimo un centinaio di persone, oggi nel ciberspazio ne conosce migliaia, anche se la maggior parte di queste non le ha mai viste da vicino.

Poi c’è la velocità, cioè il tempo impiegato per svolgere una determinata cosa. Tra i tanti cambiamenti in corso uno dei principali è quello dell’accelerazione. Scorre tutto più veloce, le distanze sono sempre più ridotte e addirittura i nostri corpi possono collegarsi da una parte all’altra del mondo senza nessun trasferimento fisico. Pensiamo alle videoconferenze, alle videochiamate, a Skype e alla telepresenza, ovvero alla possibilità di interagire con una persona distante come se fosse davanti a noi in carne e ossa. E’ chiaro che in questo modo, grazie a un ologramma, a una proiezione tridimensionale o alla velocità della Rete, le relazioni assumono un significato differente rispetto a qualche decennio fa.

I media digitali e la tecnologia riorganizzano la comunicazione modificando la natura delle coscienze e delle conoscenze. I nodi e le reti diventano il veicolo per avviare un processo di relazioni dove non c’è più distinzione tra reale e virtuale. La tesi del sociologo Kenneth Gergen è che ci stiamo spingendo verso una nuova autocoscienza: il postmoderno.  Le nostre attività sono sempre più connesse e i confini sempre più confusi. Quando non esistono ambienti sociali reali con persone reali con cui parlare, creiamo i nostri ambienti sociali all’interno di noi stessi per darci ciò di cui abbiamo bisogno. Creiamo un altro io per aiutarci a bilanciare tutti gli altri nostri sé. E’ più facile classificare le nostre azioni e dire che sono razionali piuttosto che trovare una spiegazione del perché e del modo in cui siamo irrazionali. Gergen parla di tecnologie di saturazione sociale. I media consentono più connessioni che inducono a una maggiore dissonanza cognitiva. Le identità di sovrappongono e il sé svanisce del tutto in uno stadio di relatività. Aumentando le connessioni si creano più sé e più auto-rappresentazioni perché si allarga il nostro ambiente e la nostra cerchia sociale. Già la televisione aveva generato un aumento esponenziale dell’auto-moltiplicazione. L’abbondanza dei canali televisivi consente di riprodurre uno spettacolo o un film negli anni successivi. L’identità di una persona che si riconosce in un personaggio, dunque, prosegue anche dopo la sua scomparsa fisica. Gli spettatori possono continuare ad avere relazioni con gli attori, che rimarranno punti di riferimento per l’eternità. Ma se le rappresentazioni, una volta, erano limitate allo spazio, oggi quello stesso spazio è diventato illimitato e non abbiamo più il tempo per riflettere sui rapporti sociali. Piuttosto siamo diventati nodi che operano in una miriade di relazioni.

Immagine di copertina: Pieter Bruegel il Vecchio, La torre di Babele (1563)

 

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