Non c’era bisogno di conferme. Franca Leosini ancora una volta ha saputo indagare nell’animo dei protagonisti di una vicenda di cronaca della quale si era già parlato tanto.
Ha studiato le carte, gli atti processuali, faldoni di oltre diecimila pagine. E non si è risparmiata davanti al volto della giovane Sabrina, condannata all’ergastolo. Ha definito il suo amato ragazzo ‘un incauto giovanotto che s’inforcava le mutande frenando i suoi ardori lombari’. Quello stesso giovanotto che, secondo i giudici, sarebbe stato l’origine della tragedia. Il caso di Sarah Scazzi, noto come il giallo di Avetrana, nonostante l’enorme risalto mediatico, non era mai stato affrontato con una simile professionalità. Il programma è scivolato via nei tempi giusti di una trasmissione televisiva, senza il supporto di immagini e musiche ad effetto o ricostruzioni video che ricordano i migliori thriller.
Leosini chiede a Sabrina di quegli sms scambiati con la cugina e con l’amica Mariangela negli stessi minuti in cui è stato consumato l’omicidio. Messaggi che, secondo i giudici, sarebbero la prova di un tentativo di depistaggio da parte della ragazza. Che respinge ogni accusa. ‘Mi hanno dipinta come un serial killer’, dice piangendo.
Una storia maledetta, come tutte le storie affrontate dall’autrice di uno dei migliori programmi della nostra televisione. Ne ho anche parlato con lei, in occasione del premio Vis Iuridica di Antonella Sotira. Quello che colpisce, rispetto ad altri programmi che affrontano vicende di cronaca, è il racconto che si sviluppa con un preciso obiettivo: far capire cosa avviene nella mente delle persone.
Ho riflettuto su questo nello stesso momento in cui guardavo la trasmissione. Cercavo di capire cosa stesse pensando Sabrina quando Franca Leosini poneva le domande. In particolare mi chiedevo: cosa prova una persona innocente che sta scontando un ergastolo? E viceversa, cosa prova un colpevole che continua a dichiararsi innocente, piangendo di fronte al proprio interlocutore?