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Facciamo in modo che rimangano solo dei ricordi. Lo dico ora. Lo farò anche alla fine di questo mio post.

Il lookdown è finito. Si riparte. Riaprono le attività. Ma queste settimane di isolamento non le dimenticheremo mai. Per una serie di motivi. Tra i tanti, anche per la nostra creatività.

Abbiamo comunicato con gli altri restando a casa grazie ad applicazioni che oggi vanno molto di moda: Zoom, Skype, Google Hangouts e altre. E abbiamo mostrato al mondo il nostro spazio privato, che è diventato uno spazio collettivo, condividendo tutto, anche gli interni del nostro ambiente familiare. E senza curare più di tanto il nostro set, solitamente rappresentato da una libreria o da una credenza. Si, perché a volte, non spesso per la verità, lo abbiamo fatto dalla cucina. E si vede dai numeri che senza pietà ora compaiono sulla bilancia. Questo isolamento ha fatto male allo spirito e anche al corpo, se consideriamo il sovrappeso di queste settimane. E dai capelli, sempre più lunghi. Ma non importa, ci siamo collegati ugualmente con amici, parenti, conoscenti, in questa sorta di mondovisione che non ha tenuto conto dell’aspetto fisico trascurato e della scenografia. In fondo, non è importante quello che si vede ma quello che si dice.

E così via con i festeggiamenti: il compleanno del figlio, della moglie, del cugino, del parente, tutti celebrati in videoconferenza. La sfera privata è diventata sfera di tutti. Quindi sfera pubblica, se si considera che spesso le videchat sono rimaste memorizzate sui social e chiunque le ha potute vedere. Anni di studi e teorie della comunicazione sono andati a farsi benedire, e con loro Habermas e la sua Storia e critica dell’opinione pubblica.

L’emozione di un abbraccio è stata filtrata attraverso lo schermo di un pc o di uno smartphone, ma meglio che niente. Meno male che c’era Internet. E se non ci fosse stato? Come avremmo sostituito questo flusso di comunicazione tra più individui? Forse la nostra creatività sarebbe stata messa a dura prova, sicuro, ma qualche sistema sarebbe saltato fuori. Come quello dei balconi, ad esempio, che pure nella fase iniziale dell’isolamento abbiamo in qualche modo sfruttato. Cantare a squarciagola dal proprio terrazzo è stato un esercizio comune nei primi giorni del lookdown. Nel mio palazzo abbiamo pure festeggiato il compleanno del figlio del portiere, affacciati alle finestre, mentre lui, nel cortile, spegneva le candeline della torta e ringraziava tutti con il naso all’insù.

E che dire di quel gruppo di condomini che, approfittando del divieto di uscire da casa, ha organizzato una bella tombolata fuori stagione? Il signore del quinto piano che aveva il tombolone estraeva dal cestino di vimini i numeri e li annunciava a tutto il quartiere. Qualcuno ne approfittava, truccando le cartelle virtuali. Poi c’era il napoletano che commentava a ogni numero: 1, l’Italia; 2, ‘a piccerella; 3, ‘a gatta, e così via.

I cantanti, poi, quelli sono stati i veri protagonisti. Affacciati dal balcone hanno organizzato veri e propri concerti, con una scaletta degna dei migliori spettacoli. Da Viva l’Italia di De Gregori a Roma Capoccia di Venditti, passando per Rino Gaetano con Il cielo è sempre più blu, fino a Meraviglioso e Volare di Domenico Modugno. Infine il bis, il brano più gettonato, il nostro Inno Nazionale. Evviva l’Italia, evviva Mameli, evviva la nostra creatività. Anche senza Internet. Facciamo in modo che rimangano solo dei ricordi. #andràtuttobene

Nell’immagine: Largo Mercatello, la peste di Napoli nel 1656, Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro (1609 o 1610-1675 ca.), Napoli, Museo Nazionale di San Martino

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