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Non voglio entrare nelle polemiche sul riscatto. Poche parole anche sulla necessità da parte di Silvia Romano, prigioniera per 18 lunghissimi mesi, di dichiararsi convertita all’Islam. Aveva cominciato a leggere il Corano dopo aver chiesto ai suoi rapitori dei libri. Ha detto che la sua è stata una conversione spontanea. Una scelta personale, insomma. E per noi basta così. Non vogliamo addentrarci in trattati teologici. Non siamo nemmeno in grado di farlo. Può essere stata convinzione o sopravvivenza. Sia in un caso sia nell’altro da parte di Silvia si è trattato di una scelta profondamente personale. O forse condizionata, come dice l’imam di Milano. Perché lei è rimasta per tanto tempo nelle mani di gente assetata di sangue. Ma questo non cambia quello che sto per dire.

Papa Francesco fu molto chiaro quando disse che tutti gli uomini devono “strappare” dai loro cuori “la malattia che avvelena le nostre vite”. Precisando poi che i cristiani devono farlo “con la Bibbia” e i musulmani “con il Corano”. Ma non voglio approfondire questo tema, né innescare ulteriori polemiche. La religione è la ricerca del senso della vita. Quella ricerca che spinge un individuo ad occuparsi del prossimo, dei più deboli, ad impegnarsi per una giusta causa. La stessa Silvia aveva deciso di andarsene in Africa, lontano dalla sua terra e dai suoi affetti, per dedicarsi ai bambini, ai più piccoli che avevano bisogno di qualcuno come lei.  Lo ha scritto bene Umberto Galimberti, in un bellissimo pezzo, apparso su La Stampa, dal titolo “In quella solitudine ha trovato il suo Dio”.

Quando ho visto le immagini in diretta del suo arrivo a Ciampino mi sono emozionato. E credevo che si trattasse di una sensazione comune a tutto il popolo italiano. Il ritorno di una figlia, di una ragazza che era stata rapita scontando la colpa di essersi dedicata con tanto amore ai più bisognosi. Nei suoi passi, sulla pista dell’aeroporto militare romano, ho visto la fine di un incubo. Credevo che si trattasse di una visione collettiva. Il Paese che riabbraccia la sua giovane volontaria che si era tanto impegnata in quel villaggio di Chakama, non lontano dalle spiagge di Malindi, dove, nonostante la sua attività al servizio di quella popolazione, è stata pure tradita da qualcuno che l’ha venduta ai banditi keniani. Credevo che tutto il Paese si stringesse attorno a questa giovane. Ma non è stato così. E’ bastato vederla camminare verso l’uscita dell’aeroporto con un abito verde, comune nell’Africa orientale. Si chiama jilbab. Non ha una particolare connotazione religiosa, anche se è indossato da donne islamiche. E’ un abito da passeggio. Ma subito è scattato un fuoco di fila di polemiche. Poi l’ammissione di essersi convertita alla fede islamica. I commenti sui social e su molti giornali sono stati impietosi.  Un vero e proprio linciaggio. Si chiama shitstorm, cioè una tempesta di insulti e di cattiverie. Che ovviamente non stiamo qui a ripetere. Solo un’ultima riflessione, ma la faremo alla fine.

Sulla pista di Ciampino Silvia sorride, e per farsi vedere scosta la mascherina che la protegge dal coronavirus. A tratti si ferma, allarga le braccia, saluta la sua gente. Un’immagine che ci libera dall’angoscia di queste giornate di isolamento. E’ un sollievo, è l’attenuazione di un disagio, di un malessere psicologico che da settimane ci attanaglia e ci tiene rinchiusi in casa. Ma non basta, evidentemente. Non basta vedere la gioia di questa giovane che dopo 535 giorni di prigionia non vede l’ora di riabbracciare i suoi cari. E lo fa, compie quel gesto che a noi non è concesso, perché c’è il virus. E non lo abbiamo ancora sconfitto. Mentre lei ha sconfitto la prigione. E ora è tornata casa. E si butta tra le braccia della madre, poi delle sorelle. Poi del padre. Che a un certo punto fa un passo indietro e si inchina davanti a lei. Consapevole della scelta che ha fatto. Ma che importanza ha, visto che ora è tornata a casa? L’abbraccio di Silvia è un abbraccio di gioia ma anche di speranza. Quella che noi tutti abbiamo pensando a un futuro senza virus e senza contagi. Un futuro dove tutti potremo di nuovo guardarci negli occhi ed abbracciarci, come Silvia ha fatto con i suoi familiari.

Sono emozionato, ma non ho tenuto conto dello shitstorm, degli insulti, dei pregiudizi. Sono le miserie dei nostri tempi. Qualcuno diceva che questo Covid ci avrebbe cambiati per sempre. Ma quando mai!

 

 

One thought on “L’ABBRACCIO DI SILVIA

  1. Sono contento che una ragazza italiana abbia potuto riabbracciare la famiglia.
    Credo però che la manifestazione dell’evento, sia a Roma, sia a Milano, poteva essere fatto in forma più riservata.
    La parte del riscatto è cosa molto delicata e sicuramente i ns. servizi avranno saputo gestire al meglio la situazione.
    Il resto delle dichiarazioni della ragazza con le scelte di vita futura sono cose personali.

    Per finire aggiungo una considerazione:

    In Kenia, nei Distretti di Niery e Laikipia da oltre 40 anni operano i missionari della Diocesi di Pordenone-Concordia presso la Missione Cattolica di Nairutia, parrocchia di Mugunda-Nieri, seguite in prima persona da due preti, don Elvino e don Romano.
    Sono molti i soci del mio ROTARY Club che fanno regolarmente visita presso le loro missioni per periodi medio lunghi facendo servizio in quelle aree. Solo per esempio il il progetto “Mutitu Water Project” o il più noto con risonanza mondiale “Polio Plus”

    Non mi risulta siano mai accaduti alcun incidente, né tantomeno rapimenti di persone.

    Un saluto
    Antonio Pascotto
    ROTARY e-Club2060

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