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Siamo passati dai discorsi sulla sicurezza di Internet a quelli sulla sicurezza personale e di tutto il mondo. La pandemia ha trasformato il nostro modo di pensare. E il luogo dove si annidavano pericoli ad ogni angolo, il Web, è diventato quello dove si vive meglio, senza la paura di essere contagiati. O meglio, il luogo dove i virus possono provocare danni digitali e infettare il pc o lo smartphone, ma non la nostra salute. Il luogo dove possiamo conversare con amici e parenti, il luogo dove possiamo vederci senza il timore di contrarre gravi malattie. L’oltremondo è diventato il mondo, e noi ci sguazziamo dentro. Eppure non può essere così, non è questa la realtà, non è questo il nostro futuro.

L’altro giorno ascoltavo un brano composto in questi giorni dai fratelli Bennato, Edoardo e Eugenio. Si intitola proprio La realtà non può essere questa. Il senso della canzone è proprio nel suo titolo. Un testo intelligente, fuori dal comune, non il solito ritornello melenso. “’La realtà è tutta in questa stanza, nella rete che annulla ogni distanza. La realtà è fuori dal balcone, nella rete che diventa una prigione”. In effetti la realtà non può essere questa. Non può essere l’illusione di chitarre – e torno al testo della canzone – che suonano da sole. L’analisi, perché di analisi si tratta, è tutta nelle strofe di un brano che coglie meglio di qualsiasi trattato sociologico, il momento che stiamo vivendo. Perché qualsiasi amore non può essere virtuale. Ha bisogno di parole sussurrate, ha bisogno delle strade, ha bisogno di correre nel vento.

Hanno ragione Edoardo e Eugenio. Come ha ragione Peter Marino, un famoso architetto nel cui studio di New York lavorano circa 160 collaboratori. Dice che alla creatività serve il contatto più che il computer. Oggi, viste le circostanze, usa Zoom per le riunioni di lavoro, e non ha cambiato idea. Trova le macchine insufficienti, lente e limitate rispetto a cosa si può fare coi disegni e coi liberi pensieri. Ed è convinto che dopo qualche mese di realtà virtuale le persone torneranno allo sport, allo shopping e nei musei più di prima. Io me lo auguro, ma non ne sono convinto fino in fondo.

E’ vero, grazie alla tecnologia ci siamo adattati in queste settimane di lookdown, ma non è che prima le cose andassero tanto diversamente. E’ da tempo, oramai, che siamo immersi in una realtà virtuale che aveva già sostituito le piazze reali con quelle digitali. Le opinioni sulla capacità della tecnologia di sostituire il valore della presenza sono diverse. Io continuo fermamente a credere che l’uomo digitale debba resistere alle molteplici tentazioni offerte dalla rete piuttosto che lasciarsi andare completamente in quello che un tempo era considerato un mondo parallelo e che ora, a poco a poco, è diventato il mondo dove condividere tutta la nostra vita e le nostre emozioni.  Senza Internet sarebbe stato molto più difficile trascorrere questo periodo in isolamento forzato.  Però allo stesso tempo abbiamo avvertito la mancanza del contatto umano, degli abbracci, delle uscite con gli amici. Teniamolo ben presente, quando tutto sarà finito.

 

IMMAGINE DI COPERTINA: Scuola di Atene, Raffaello Sanzio, 1509-1511. Affresco situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro “Stanze Vaticane”, poste all’interno dei Palazzi Apostolici.

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