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Mi guardo attorno e osservo con particolare attenzione la mia stanza come non ho fatto mai. I quadri appesi al muro, le foto nelle cornici, i libri, gli appunti sulla scrivania, i computer. Ne ho più di uno, e spesso sono accesi tutti nello stesso momento. Ho un bel balcone dove ci sono tavolini, poltrone e piante. Anche la vista è gradevole. Eppure esco di rado, all’aperto. Non ho lo stesso rapporto come con il resto della casa. E della mia piccola stanza.

E’ stato così sin da ragazzo. All’epoca c’era la moda dei poster attaccati alle pareti. Ne avevo tanti, affissi con lo scotch, nonostante il parato continuasse inesorabilmente a rovinarsi. Il primo in alto, quello di Loredana Berté con un mini short di jeans, il preferito dai miei amici. Poi Van Morrison, Edoardo Bennato, una foto in bianco e nero di Eduardo. E i Pooh, i Led Zeppelin, i Genesis. Che c’entrava Loredana Berté con Van Morrison? Lo confesso, ancora oggi non faccio troppe distinzioni tra le cose che in qualche modo mi interessano o che mi piacciono. Ascoltavo musica passando da un genere all’altro con grande disinvoltura, mentre dalla cucina arrivava la voce di mia madre che intonava le canzoni di Sergio Bruni e di Mario Trevi.

Quasi tutti i poster, che mamma chiamava manifesti, avevano il logo di Ciao2001, il mio settimanale preferito. Ma anche Popster, Nuovo Sound e altri. Su una libreria, che somigliava di più a uno scaffale, c’erano i gialli dei ragazzi: Pimlico Boys, I tre investigatori, Nancy Drew, gli Hardy Boys, Marcello e Andrea, Rossana. Più in basso i fumetti di Alan Ford. Ancora oggi li colleziono, anche se per motivi di tempo li leggo di rado. Insomma, quello era il mio regno, tra libri e fumetti, cantanti, attori e personaggi noti. Non c’era Internet, non c’era Netflix, ma mi piaceva molto rimanere a casa nella mia stanza.

Ci penso in questi giorni, costretto all’isolamento, chiuso in casa senza poter uscire per colpa di questo maledetto Covid-19. Se potessi me ne andrei al mare, quanto lo desidero. Eppure, riflettendoci bene e pensando a quella cameretta che mi piaceva tanto, anche oggi l’ambiente casalingo non mi dispiace affatto. Non è una costrizione. O meglio, lo diventa se te lo impongono. Qualcuno dice che l’isolamento consente di dare più valore a quello che ti circonda. Non lo so, ma non mi sforzo nemmeno di pensarci. Tanto ho già dato a tutto il valore che ritengo giusto.

Poi c’è la questione di Internet. Siamo meno soli, siamo connessi, non siamo proprio isolati, meno male che c’è la Rete e così via. Ma allora, si chiede Riccardo Luna, già direttore di Wired Italia e componente della task force voluta dal governo per fermare le fake news, forse era una sciocchezza dire che Internet ci rendeva stupidi? Lo sosteneva Nicholas Carr e anche Jaron Lanier, studiosi del web e delle nuove tecnologie. Ne riparleremo più avanti. Ora torniamo alle nostre quattro mura.

I pensieri si accavallano quando penso che dovrò trascorrere un’altra giornata in casa. Certo che la libertà mi manca, ma quante cose riesco a fare in questi momenti di solitudine? Io stesso l’avevo definita solitudine digitale. Si, è vero, grazie a Internet guardo film e serie tv. Ho cominciato a vedere, finalmente dicono i miei amici, La Casa di Carta. E’ la fortunatissima produzione in onda su Netflix.  C’è un criminale, chiamato il professore: recluta otto persone che non hanno più nulla da perdere per realizzare la più grande rapina del secolo.  Comprendo chi realizza le serie, intuisco l’aspetto psicologico su cui si basano dialoghi e trame. In passato ho anche tentato, illudendomi, di studiare come si scrive una sceneggiatura. Eppure mi lascio andare, come tutti, e divoro le puntate della Casa una dopo l’altra. Sono passato in pochi giorni dalla prima alla terza serie. Ora c’è la quarta. Mi dicono che è meno bella. Ma devo verificarlo di persona personalmente, per dirla alla Catarella.

Fuori le strade sono silenziose, e noi rintanati nei nostri rifugi diamo sfogo alla creatività. Abbiamo cominciato con i canti dai balconi. Poi abbiamo smesso. Una sorta di pudore per quello che sta accadendo. Perché non è facile dominare il dolore. Allora ci siamo organizzati con le video chat. Anche quando mangiamo ci colleghiamo con amici e parenti. Con Zoom è possibile stare insieme, virtualmente, fino a 50 comunicazioni. Ma dicono che non è sicuro, che c’è il pericolo di virus. Virus digitali. E francamente non mi va proprio di sentire questa parola. Ma le soluzioni non mancano. I programmi sono molteplici: da Skype a Discord passando per WhatsApp e FaceTime. Siamo tutti collegati, siamo tutti iperconnessi.

Quanto è cambiata la mia camera. La nostalgia del passato lascia il posto a un presente fatto di librerie vere, libri di psicologia e di storia, qualche romanzo, molti saggi. Poi ci sono i computer, dicevo, e i telefonini. Mi godo tutte queste cose insieme facendo finta che non sia cambiato nulla rispetto a qualche settimana fa. Il mantra è sempre lo stesso: meno male che Internet c’è. E qui riprendiamo il discorso. La fruizione del tempo trascorso in Rete e quello delle giornate senza limiti e restrizioni è diverso, ma anche prima c’eravamo lasciati andare abbastanza all’uso smisurato degli smartphone, dei device digitali, dei computer. Anche per strada camminavamo da soli, con lo sguardo rivolto in basso verso il display del cellulare. L’avevo definita, nel mio libro Il Mondo senza Internet, ‘Solitudine digitale’. E a quella, ancora oggi, preferisco la solitudine di chi si immerge nella storia di un bel libro per volare con la fantasia.

La solitudine non è il male a tutti i costi. Un concetto valido soprattutto se, una volta usciti per strada, quando tutto sarà finito, dovessimo tornare a camminare senza alzare lo sguardo in alto. Incrociare con i nostri occhi quelli di chi ci passa accanto rimane una conquista. Quello intendo fare, quando la pandemia sarà soltanto un ricordo. Ci vorrà tempo, lo so, ma pensandoci bene, stavolta, se ci impegniamo, se davvero vorremmo tornare ad abbracciarci, a toccarci, a stringerci le mani e a salutarci con i baci, questo tempo non sarà stato tiranno. Intanto alzo gli occhi volgendo lo sguardo al soffitto. E’ bianco come le pareti ma in questo periodo di isolamento lo immagino azzurro. E’ il mio cielo, il nostro cielo. Il cielo in una stanza.

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