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Mi sembra di vivere in un incubo. Rinchiuso in casa, in piena pandemia. Riscopro le mie cose, riprendo tra le mani libri, fumetti. Rivedo vecchi film. Altri sono nuovi. Molti li avevo persi. Non posso andare a correre, ma ho il tapis roulant, e lo uso. Si che lo uso. Sudo, sudo molto, non ero più abituato. Però serve, si che serve. Da quando non posso più uscire ho messo anche qualche chilo in più. Come se non bastassero quelli che già c’erano. Bisogna ammazzare il tempo, e allora prendiamo il toro per le corna e ammazziamolo bene, tanto non abbiamo molte altre possibilità. Potrebbe rappresentare anche un nuovo inizio. Così, tanto per non essere troppo prigionieri del presente. Ma andiamo per ordine, si, andiamo per ordine.

Sento dire da più parti frasi come “meno male che c’è Internet”. In effetti in questo periodo siamo sempre immersi con la testa nel display del cellulare, alla ricerca di un contatto, di più contatti. Come avremmo fatto, altrimenti? Anche se usciamo di casa per andare a fare la spesa o per andare al lavoro siamo costretti a mantenere una certa distanza con gli altri. E spesso, quando le abbiamo, ci copriamo la bocca con le mascherine, per evitare il contagio. Non riusciamo più a parlare, se non attraverso la Rete. Sembra essere scollegati da un certo passato e collegati con un certo futuro. Però se ci penso non è che poi le cose siano cambiate così radicalmente. Ma spieghiamoci meglio.

Prima della pandemia eravamo liberi di fare qualsiasi cosa, di uscire, andare al cinema, al parco con gli amici a fare joggins come perfetti  runner. E di fare comunella, stare tutti vicini, assembrati ecco. Anche questo è un termine che ho sentito spesso in questi giorni. I giorni del divieto. Vietati gli assembramenti, anche all’aperto. Lo speaker della televisione non usa mezzi termini. Non dipende da lui, è chiaro. Legge quello che gli dicono di leggere. Si tratta di decisioni stabilite per decreto dal governo. Non sono consigli. Del resto è l’unico modo per combattere il nemico invisibile. E mai come in questo momento il senso della vita è resistere.

Per alcuni versi, dicevo, non è cambiato molto. Parliamo solo su Internet, sui social. Abbiamo molti amici, per fortuna. E grazie alla tecnologia chattiamo e videochattiamo. Possiamo farlo in diretta, su Instagram va molto di moda. Ma anche su Facebook. Ogni giorno ce ne sono tante di dirette. Sembrano piccoli talk messi in piedi tra le proprie mura per sconfiggere la solitudine del tempo che scorre e manifestare emozioni e sentimenti. Lo fanno i personaggi noti, i cantanti, gli attori. Ma anche gente comune che grazie al digitale riesce a mettere insieme più persone nello stesso momento. Tutti chiusi in uno schermo, ma liberi di dire quello che si vuole e di vedersi. E senza l’obbligo di indossare la mascherina. Siamo entrati ufficialmente nella nuova era digitale. Prima della pandemia potevamo fare quello che volevamo. Guardarci negli occhi e abbracciarci. Ma erano rari quei momenti, ammettiamolo. Cioè, non avevamo limitazioni ma comunque eravamo persi nel display del telefonino, sempre connessi, sempre in Rete. Qualcuno ci definiva postmoderni, navigatori solitari nel mare immenso di una ragnatela dove eravamo rimasti impigliati di brutto. Sospesi a metà strada tra reale e virtuale. Oggi il reale è diventato il virtuale. La nostra vita trascorre online. Era questa la libertà che volevamo? O invece l’attuale situazione potrebbe rappresentare un nuovo punto di partenza?

Siamo ottimisti, vediamo il lato buono della faccenda. Ragioniamo come Tyler Durden, o come l’attore che lo ha magistralmente interpretato, Brad Pitt, nel film Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo di Chuck Palahnniuk. E’ solo dopo aver perso tutto che siamo liberi di fare qualsiasi cosa. Bravo Tyler. Ottimo Brad. Ricominciamo daccapo. Se è vero che il tempo si ferma e i sentimenti si rafforzano, approfittiamone per rimettere ordine nella nostra vita e dare il giusto peso alle cose che ci circondano.

Ho sempre sostenuto che la tecnologia e Internet fossero oramai indispensabili e di grande utilità. Ma allo stesso tempo ritenevo e ritengo che occorre sempre trovare un equilibro sia nell’utilizzo dei mezzi sia nell’approccio con gli stessi, per evitare derive drastiche che non ci porterebbero da nessuna parte. L’io e l’altromondo virtuale si scompensano con facilità. Creare condivisione e comunità richiede impegno se l’obiettivo rimane quello della centralità dell’uomo. I mutamenti antropologici non devono trarci in inganno. Siamo quelli che siamo, animali sociali, con la voglia di appartenere e di non rimanere esclusi dal gioco. Ma questo non significa chiudersi in un isolamento digitale che non gioverebbe a nessuno. L’esperienza di queste settimane può essere anche utile se serve a farci capire che bisogna riconquistare la voglia di stare insieme, di toccarsi, di guardarsi da vicino, di abbracciarsi e stringersi forte forte come non abbiamo fatto mai.

Sugli striscioni attaccati ai balconi e sui messaggi che arrivano via WhatsApp continuiamo a leggere “ce la faremo”. Ne sono convinto. Facciamo pace con la tecnologia, ma facciamo pace anche con noi stessi: nei rapporti con gli altri, nelle relazioni, nella vita privata. Senza adagiarci nella comodità di un collegamento Skype o di una diretta Instagram. Che pure possono fare la propria parte, così come la stanno facendo in questi giorni. Ricordiamocelo quando tutto sarà finito. Oggi siamo chiusi in casa anche se iperconnessi. Teniamolo presente quando avremo la possibilità di tornare a vivere per le strade, senza correre alcun rischio. L’unico sarà quello di rimanere impigliati in un meccanismo dal quale poi sarà difficile tornare indietro.

Dovremo ricordarci di quando andavamo al mare, guardando l’orizzonte, vicini alle persone amate. E di quando non potevamo più farlo per evitare il contagio. E lo ripeteremo tutti insieme: prima del coronavirus eravamo felici ma asintomatici.

IMMAGINE DI COPERTINA TRATTA DA PEXELS

 

 

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