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Ci voleva il coronavirus per farci tornare con i piedi per terra. Nel senso che, con le limitazioni volute, a giusta ragione, dal governo, ora ci rendiamo conto di quanto sia triste non abbracciare gli amici, non stringere le mani a nessuno, non baciarsi sulla guancia in segno di saluto e di affetto. Anche per parlarsi occorre mantenere una certa distanza. Ci serviva una lezione, insomma, in un’epoca dove i nostri amici sono solo virtuali e dove non ci si guarda più negli occhi.

Quante volte abbiamo assistito a scene come quella di un gruppo di persone con lo sguardo abbassato sul display dello smartphone senza rivolgersi la parola per lungo tempo? Anche a tavola, di sovente. Per non parlare di cinema, teatri, ristoranti, luoghi di aggregazione che ora, per la paura di contagi o per decreto, sono vuoti. E gli stadi con le partite a porte chiuse? Io sono d’accordo, la salute prima di tutto.

Ma la riflessione è che nell’epoca di Internet e dei social ora, per l’emergenza sanitaria, tutto diventa davvero virtuale. Dalla solitudine digitale siamo passati alla solitudine e basta. Quando tutto finirà, e finirà presto, ne sono sicuro, torneremo ad affollare cinema e teatri. E se a tavola ci sarà un amico con la testa china sul telefonino, gli chiederemo di spegnerlo per qualche ora. Il tempo di scambiare quattro chiacchiere. Poi, con la stagione calda, ce ne andremo al mare. Il telefonino lo porteremo, ma solo per emergenza. E stavolta non sarà quella del coronavirus. Lasceremo lo smartphone in borsa o in macchina. Ci fermeremo a guardare il mare, senza scattare foto o selfie. L’unica memoria dove resteranno impresse quelle immagini sarà la nostra. E a fine giornata, con figli e amici, ci racconteremo le emozioni provate.

Nell’immagine: Edvard Munch – Melancholy (1984 – 96)

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