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Il segreto della felicità è Internet. Il risultato dello studio condotto in Norvegia da Fulvio Castellacci e Henrik Schwabe è sbalorditivo. Altro che disintossicazione digitale. Essere online, dicono gli esperti, aiuta a risparmiare tempo e consente di accedere a una vasta gamma di informazioni che possono aiutare a prendere decisioni migliori. Ma a questo, più o meno, c’eravamo arrivati da soli. Gli scienziati norvegesi aggiungono che la Rete aiuta le persone a superare più velocemente la crisi di mezza età. Lo studio, inevitabilmente, ha sollevato polemiche da parte di chi sostiene che Internet può avere un impatto negativo. Il concetto è: non si tratta di quanto tempo si spende online, ma di ciò che si fa quando si è connessi al Web e degli effetti su ciascun individuo.

Nella ricerca effettuata dal Centro per l’innovazione tecnologica e la cultura dell’Università di Oslo è stata osservata la relazione tra il tempo trascorso online e il grado di soddisfazione personale. All’inizio dell’età adulta non sono state riscontrate differenze tra coloro che utilizzavano regolarmente Internet e chi invece si collegava raramente. Invecchiando, invece, le persone connesse hanno superato il livello di felicità che in genere, intorno ai cinquant’anni, subisce un considerevole calo.
Non è convinto di questi risultati il dottor Malte Elson, della Ruhr University di Bochum, in Germania. Le esperienze online, afferma Elson, possono anche essere meno piacevoli e divertenti. E il risultato della ricerca dell’Università di Oslo porta a conclusioni troppo superficiali rispetto alla molteplicità di contenuti che passano in quel luogo che oggi chiamiamo Internet.

Il dibattito tra tecno ottimisti e tecno scettici rimane aperto. La ricerca norvegese mi ricorda un lavoro di Steven Johnson, studioso di scienze cognitive e divulgatore degli sviluppi delle nuove tecnologie. Sostiene che i più popolari mezzi di intrattenimento, come la televisione e i videogiochi, stanno rendendo le nuove generazioni più pronte di quelle precedenti. La complessità della cultura di massa è cresciuta continuamente negli ultimi decenni, stimolando la nostra mente in modo nuovo. I media, Internet compreso, osserva Johnson, andrebbero valutati come una sorta di palestra cognitiva. Le espressioni di un bambino che si perde in un monitor o davanti a un videogioco non sarebbero un sintomo di atrofia mentale, bensì un segno di concentrazione. Il cervello esplora continuamente il mondo, insomma, alla ricerca di nuovi stimoli, proprio perché intende scrutare, capire i cambiamenti, saggiare nuove esperienze. E se oggi passiamo più tempo connessi al Web e ne dedichiamo molto meno alla lettura è perché più in generale è cambiata la nostra giornata e tutto quello che facevamo prima si è sensibilmente ridotto.

Compriamo meno cd musicali, andiamo di meno al cinema, leggiamo meno libri. Ma solo perché ci sono miriadi di attività in più che prima non esistevano: Internet, le e-mail, i videogiochi, la televisione on demand, le chat, i supertelefonini con tutte le loro applicazioni. Le ore sono sempre le stesse, e il tempo da dedicare alle nuove forme d’intrattenimento deve essere diviso per più attività. Johnson tuttavia ammette che rispetto a tutti gli sviluppi sociali ci sono anche effetti meno gradevoli. Il Web ha preannunciato la fine delle tipografie e tutto il mondo che ruotava intorno a loro. Siamo entrati nell’era delle immagini, come ampiamente previsto da McLuhan e da Postman. Si scrive e si legge di più, ma c’è un tipo di lettura sempre meno diffuso, quello che un tempo ci faceva restare per ore con un voluminoso libro tra le mani, seduti in poltrona, immersi in un racconto e senza distrazioni. Oggi passiamo dalla visione di un sito a un altro spesso in maniera frenetica e le modalità di lettura sul pc o su un tablet non sono le stesse rispetto al passato. Un conto è leggere il giornale di carta e un conto è leggerlo in digitale. Vale anche per gli ebook, che dopo un primo periodo di discreto successo negli ultimi tempi hanno registrato un calo di vendite. Si preferisce un’informazione smart, veloce e leggera. I testi virtuali trasmettono opinioni con molta facilità, ma quando si legge un libro la concentrazione sulle pagine di carta raggiunge il punto più alto. Si entra pienamente nella storia attraverso lo sguardo dell’autore. Ed è un’emozione, aggiungiamo, senza eguali.

Nello studio di HighSpeedInternet.com emerge una correlazione tra felicità e connettività. In pratica, incrociando l’indice Gallup-Health Well- Being 2013 con i dati dei residenti che negli Stati Uniti si collegano a Internet da casa, è stato rilevato che quasi il 40 per cento dell’indice di felicità corrisponde alla percentuale degli individui che hanno sottoscritto un abbonamento a Internet dalla rete fissa. È un dato solo indicativo, anche perché potrebbe essere influenzato dalle possibilità economiche di chi può permettersi il costo del collegamento, e quindi dallo stato di benessere della popolazione campione. Tuttavia la ricerca evidenzia anche la necessità, avvertita da una percentuale considerevole di persone, a doversi collegare a una certa velocità con la Rete. Inoltre i risultati registrano che i paesi che hanno maggiori difficoltà sono quelli dove il numero di
coloro che non si collegano alla Rete è più alto.

In ogni caso in numerosi studi si è giunti alla conclusione che il Web può facilitare la comunicazione sociale e le connessioni interpersonali, che a loro volta sono associate a livelli alti di felicità e di benessere. In un rapporto del Chartered Institute for IT del Regno Unito69, noto come BCS, realizzato dai ricercatori della Trajectory Partnership, viene
evidenziato che a trarre benefici dalle superstrade dell’informazione online sono anche persone con redditi bassi. Nel complesso lo studio, che ha analizzato i dati di 35mila persone in tutto il mondo, ha rilevato che l’accesso a Internet porta gli individui a sentirsi meglio con se stessi, aumentando il loro senso di libertà e di controllo. Guardando i fattori sociali ed economici che determinano la felicità, compresi sesso, età, reddito e istruzione, il sondaggio ha dimostrato che l’uso di Internet dà potere alle persone aumentando i loro sentimenti di sicurezza, libertà personale e influenza.

Anche quello che viene definito disordine digitale, per molti studiosi, non è un aspetto negativo ma addirittura sinonimo di felicità. David Weinberger è stato descritto come un visionario per aver asserito che su Internet il business, la politica, la scienza e i media vengono capovolti stravolgendo le regole del mondo fisico. La conoscenza non ha più una forma valida per tutti, l’informazione non è più catalogata, etichettata. In passato tutto aveva un suo posto. Oggi, girovagando per il Web, ognuno può raccogliere quello che più gli interessa ottenendo dei benefici sia sul lavoro sia nella vita. La tesi si scontra con quelle più nefaste scoppiate dopo il caso Facebook e Cambridge Analytica. Ma Weinberger non ha dubbi: quando si naviga in un sito commerciale, l’azienda controlla le informazioni utili per la vendita del suo prodotto, ma non possiede altro che quello. Tutto il resto rimane nostro. Anzi – afferma il filosofo – sono gli utenti ad avere un vantaggio, che è quello della partecipazione alla creazione e all’organizzazione della conoscenza. Weinberger ricorda i grandi catalogatori e bibliotecari e il tempo passato a fare ordine, fino ad arrivare al grado di separazione tra la conoscenza e la fisicità. La prima assume molteplici forme e significati quante sono le persone che la cercano e la modellano, creando ulteriori informazioni. Una grande miscellanea dove, nuotando tra Google e Wikipedia, siamo noi i bibliotecari, i catalogatori.

Su Internet passiamo da un’attività all’altra e facciamo più cose insieme, per poi assemblare il tutto. Un disordine che crea un valore. Il disordine stimola anche la creatività e l’intelligenza. È quanto sostiene il neuroscienziato Robert Thatcher, secondo cui il segreto è quello di avere una vita movimentata. In verità lo studioso non si limita a Internet, e la sua teoria forse è apprezzabile per questo. Leggere più libri insieme, uscire di casa con gli amici, coltivare diversi hobby e dedicarsi a molteplici attività anche all’aperto, è un consiglio sempre gradito. Il concetto viene ripreso da Steven Johnson che parla di piattaforme condivise. Che si tratti delle capitali italiane del Rinascimento o del Web, è in questo tipo di habitat che sono venute alla luce le grandi invenzioni, risultato di percorsi convergenti e condivisi e non il frutto di avventure solitarie. Insomma, potenziando le reti di condivisione è possibile aumentare il numero e la qualità di idee vincenti. Oggi dalle idee brillanti, moderne, al passo con i tempi, si cercano profitti, come avviene con le cosiddette start-up. Si studiano le nuove esigenze, si individuano spazi di mercato e si parte a caccia di capitali da poter investire nel progetto. Quello che resta più difficile è la sopravvivenza di queste imprese. Più di un’azienda su due, esattamente il 55,2 per cento, chiude i battenti entro i primi cinque anni di vita.

Ma torniamo alle idee e alla creatività. I luoghi costituiscono un aspetto importante della nostra creatività. Rappresentano un fattore determinante per l’interazione sociale, per la varietà di opinioni presente in un ambiente, per l’apertura mentale che viene stimolata. Da questo punto di vista Internet, con le sue opportunità, dovrebbe fornire un’ulteriore spinta al talento, all’inventiva, alla fantasia e dunque alla capacità produttiva. Il nuovo capitalismo aveva da subito creato le basi per l’utilizzo di scrittori, artisti e intellettuali al servizio di una nuova cultura più emancipativa. Il coinvolgimento del pubblico in esperienze condivise era stato facilitato dal cosiddetto progresso tecnologico e da tutte le forme di espressione culturale che via via si andavano a generare, grazie anche ai mezzi di comunicazione, al cinema, poi alla radio e alla televisione. I momenti di aggregazione passavano attraverso la rappresentazione delle persone stesse, come se ognuno recitasse una propria parte. Una recita che nei decenni si è spostata dalle piazze agli ambienti digitali, dove oggi si trascorre un numero sempre maggiore di ore. La realtà oggi diventa bit, cyberspazio, scambio di esperienze e di emozioni. E la creatività che viene sviluppata cerca di soddisfare le proprie aspettative e le proprie necessità. Dalla cultura che diventava merce si è passati direttamente all’uomo postmoderno che è diventato egli stesso un prodotto di scambio. Nell’ambiente digitale io do una parte di me e allo stesso tempo ricevo una parte degli altri che partecipano, con le loro attività, ad un processo iper-reale in continua evoluzione. Si consumano simboli e non beni, la proprietà è relativa e tutto viene gestito da chi regola l’accesso in questi ambienti.

Il dibattito sul diritto di accesso alle reti è di vecchia data. Eppure è sempre regolato dai grandi gruppi di telecomunicazioni che prevedono una tariffa per il consumo di Giga. Più ne abbiamo a disposizione e maggiore è la nostra soddisfazione, il nostro grado di spensieratezza, la nostra felicità. Non importa se a gestire il tempo che abbiamo a disposizione siano i colossi di Internet; il risultato è quello di essere connessi, sempre, per non essere esclusi dal progresso sociale. Felici e sfruttati, direbbe Carlo Formenti, indignato per il modo con cui i guru della New Economy snocciolano le loro false profezie su un futuro dove tutti potranno diventare imprenditori di se stessi e competere con i colossi della vecchia economia. Indignato per le apologie di un’economia del gratuito che non è affatto gratuita, per l’esaltazione del presunto libero mercato e per gli annunci
ipocriti della fine di ogni gerarchia. Altro che vantaggi competitivi e spirito di cooperazione tra le comunità amatoriali. Altro che felicità. Senza scomodare Aristotele, Epicuro e Nietzsche, la felicità è poter dire: “Oggi ho dimenticato il telefonino sul tavolo della cucina, ma sto bene lo stesso, non mi manca, e quando tornerò a casa stasera andrò direttamente a letto senza accenderlo”. Oppure entrare in libreria e trovare sugli scaffali un volume dal titolo La felicità senza Internet.

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