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Nel gioco della vita vince chi riesce a ritornare bambino. Lo dice Massimo Gramellini nel suo ultimo libro, ‘Prima che tu venga al mondo’. E allora ho chiuso gli occhi e ho fatto un salto indietro nel tempo, ricordando quelle domeniche trascorse in giro per la mia provincia, con mio zio e i suoi amici.

Era un rito. Per me un momento davvero speciale. Mi ritrovavo al fianco di persone che avevano una certa età, quindi avevo tutto da imparare. Partivamo alla scoperta dei paesini della verde Irpinia. L’appuntamento era davanti al portone di casa, dopo pranzo. Venivano a prenderci con l’auto di uno di loro, a turno. A volte quella di Mario, a volte quella del commendator Fiore. Io speravo sempre che fosse lui a guidare la truppa. Non per altro, solo perché la sua vettura era più bella, sportiva. Degna di un commendatore, ecco.  E io mi sentivo un piccolo lord, sempre al centro delle attenzioni. Una sorta di mascotte per quelle persone adulte. Si divertivano, facevano battute, ridevano spesso a crepapelle. C’era Peppe, il più alto di tutti, e anche il più brillante nella sua semplicità. Un signore di altri tempi, proprio. A volte anche Guglielmo, pure lui un galantuomo. E mio zio Generoso, appunto.

“Allora, dove si va oggi – diceva il commendatore – Dove vi porto, popolo?”. Si decideva al momento. Era tutto improvvisato. Se eravamo puntuali si sceglieva una meta più lontana. Paesi al confine con altre province, o comunque distanti dal capoluogo: Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Vallata, Lacedonia, Bisaccia, Calitri. Molti sono diventati famosi per il terremoto del 1980. Io speravo sempre che il viaggio fosse lungo, perché mi divertiva stare con loro in auto e sentire quelle chiacchierate così piacevoli. Stavano bene insieme. E stavo bene pure io con loro.

Arrivati a destinazione entravamo nel bar della piazza per il caffè pomeridiano. Ma io ero troppo piccolo, e prendevo un’aranciata o un bicchiere di Coca Cola. Eppure c’era chi di loro faceva l’occhiolino e mi concedeva almeno un piccolo sorso dalla tazzina calda appena riempita. Una trasgressione, certo. Forse fu proprio allora che cominciai ad apprezzare il caffè. Col tempo non avrei più potuto farne a meno.

Poi la passeggiata per il centro. Si parlava delle caratteristiche del paese dove ci eravamo fermati. Io mi guardavo intorno e ascoltavo con interesse. Mi piacevano soprattutto i racconti sui fatti del passato che in qualche modo avevano caratterizzato quelle zone. Si parlava delle tradizioni, dei piatti tipici, delle specialità locali. Entravamo nelle botteghe e facevamo man bassa di formaggi, salumi, castagne, torroni. Prodotti da leccarsi i baffi. Per non parlare del vino.

Tra lunghe camminate e soste dedicate alla buona cucina il tempo passava velocemente. Non era concesso attendere troppo il buio. Bastava alzare lo sguardo al cielo per capire quando arrivava il momento di fare ritorno a casa. Riempito il portabagagli con gli acquisti fatti, si entrava in auto e via di nuovo verso Avellino. Un’altra giornata di festa era trascorsa così, nel cuore della verde Irpinia. E già non vedevo l’ora che arrivasse di nuovo domenica.

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